Il travaglio della Repubblica
Visto che non c’è in giro altro richiamo della foresta per ottenere audience mediatica e attenzione politica che quello delle “Iene”, c’è da chiedersi per quale ragione non abbiano fatto presidente della Repubblica un tipo come Nanni Moretti. Non sarebbe stato un bel segno dei tempi assumere come criterio elettorale (almeno per le nomine più importanti, dal Quirinale alla Federcalcio, dai Cda di Rai-Mediaset a quelli pastorali) qualche buon teorico del “tutto è mafia, stupro, corruzione, fino a prova contraria”?
Prendete Marco Travaglio, uno che dal Giornale è finito all’Unità e che della Legge ha fatto il suo bene rifugio. D’accordo, vederlo al posto della Ricciarelli alla prossima edizione della “Fattoria” con in mano un faldone uscito dal cassetto di un procuratore sarebbe mitico. Ma adesso che gli hanno messo in galera Previti e per campare deve ripiegare su Moggi, non lo vedreste bene anche al posto di Biscardi? Aggiungeteci un Pardi sulla poltrona di Mieli. Hack alle pari opportunità. Di Pietro al Sismi. E, dato che è stato visto cazzeggiare nella notte di Milano con la sua Bmw Z3 appena dopo essersi indignato a Telelombardia per il fatto che «c’è troppa poca gente in giro che paga le tasse e troppa che va in giro in Bmw», che ne direste di un bell’incarico alle Finanze anche per Peter Gomez?
Però, quando un direttore di Micromega, che una volta è stato un illustre capopopolo dei fax, si riduce a distribuire volantini alla Fiera del libro di Torino (e i giornali a darne conto come iniziativa di spessore civile) al grido “No a D’Alema presidente della Repubblica”, qui si comincia sul serio a sospettare che dopo la tragedia della Tangentopoli infinita il manipulitismo eretto a sottocultura politica sia diventato un film di Alvaro Vitali. Compagni, quando ce lo togliete dai piedi il “Circolo Pickwick delle Manette”?
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