IL TRENO DI CALALZO

Di Marina Corradi
03 Febbraio 2005
Stazione ferroviaria di Calalzo, piccolo paese delle Dolomiti

Stazione ferroviaria di Calalzo, piccolo paese delle Dolomiti, una mattina di gennaio. Sono le 13 quando le due automotrici e i tre vagoni del treno pendolari Calalzo- Belluno silenziosamente si allontanano dal marciapiede. Non è l’orario di partenza. Il capostazione, stupito, pensa a una manovra. Ma il macchinista è altrove. Il treno, forse per un improvviso guasto ai freni, è partito da solo.
I binari che scendono verso Belluno sono in pendenza. Abbastanza forte perché il piccolo treno acquisti rapidamente velocità: 80, 100, 120 km all’ora. Il locomotore Aln 168 in pochi attimi è un bolide incontrollabile lanciato sui binari. Un agente della Polfer di Calalzo sale su una locomotiva tentando l’inseguimento. Niente da fare: il treno fantasma corre follemente, nessun macchinista potrebbe raggiungerlo. Si abbassano, con disperata fretta, ile sbarre dei passaggi a livello sulla linea. Elicotteri in volo sopra il treno impazzito che entra e schizza fuori sferragliando dai tunnel. Si blocca la strada statale, dove corre parallela alla ferrovia, per timore di un deragliamento. Ma, come si ferma un treno che corre a 120 all’ora? Nessuno lo può fermare, se non un ostacolo – se non un altro treno.
Il binario, in quel tratto, è unico. Altri convogli, nell’ora di pranzo, si accingono a risalire da Belluno. Uno di questi è pieno di bambini: dieci bambini che tornano da una gita scolastica. Sta per istradarsi verso Calalzo. Voci concitate, urlate, al telefono. Che quel treno si fermi. (I bambini, ignari, continuano a far chiasso).
L’altro treno, massa di lamiera inferocita, caso furente ansioso di distruggere, viene giù, le ruote che mandano scintille. è quasi a Castellavazzo ormai, frazione di Longarone. Quasi sotto la diga maledetta, in quella valle in cui non puoi passare, senza ricordare l’apocalisse che uccise quasi 2000 uomini. Di centinaia di loro non si sono trovati i corpi: sfracellati dall’onda, giacciono per sempre in questa terra. Tra queste montagne silenziose, il locomotore Aln 168 improvvisamente rallenta. Come di malavoglia, con uno stridio di metalli si ferma. Un’unica, impercettibile salita dopo venti chilometri di fuga lo ha domato, proprio alle porte di Longarone. Nelle stazioni lungo la linea si tira il fiato, forse qualcuno ringrazia Dio. Giù nel treno bloccato a Belluno, i dieci bambini continuano a ridere e a giocare.
Non è successo. La terra e il Piave lungo la valle, sotto la grande diga del Vajont, tacciono, sacri di tanti innocenti insepolti. I morti hanno forse salvato i vivi, hanno pregato perché non lì, non ancora, piangessero le madri? Non è successo niente. Poche righe, due colonne di cronaca ai margini delle pagine interne dei giornali.

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