Il trevigiano che protegge il Pentagono
Dall’abbraccio protettivo alla reggia delle star di Beverly Hills al sistema di sicurezza per il Pentagono. Dall’accesso ai parcheggi di Pechino ai cancelli della villetta brianzola. Insomma, alla sicurezza di grandi e normali ci pensa un’azienda italiana. Si chiama Came. Sta a Nordest, provincia di Treviso. Fabbriche come funghi, lì. La zona tira parecchio anche se non fa copertina. Prima incontri Preganziol. A un tiro di schioppo Dosson di Casier. Ecco la Came. O almeno il suo quartiere generale. Perché poi questo signor Gruppo si è allungato, come un Tiramolla del duemila, di qua e di là, di su e di giù. In Europa come a Dubai. Fino negli Stati Uniti, nella ricca Miami, per controllare il florido mercato interno e aprire scenari interessanti verso il Sud America. Questa è una realtà sveglia, molto sveglia. Basta buttare l’occhio su qualche cancello di ville e condomini. Vi ritrovi la sua firma in bella vista. E se metti le mani in tasca è probabile che anche il tuo telecomandino abbia impresse quelle quattro lettere. Nella sicurezza, nell’automazione domestica, nell’abitare intelligente Came è un nome che pesa parecchio. Competitivo. Assolutamente specializzato. Un lavoro eccellente il suo. «Grandi investimenti sulla ricerca. Sul design. Niente delocalizzazioni. La produzione è rigorosamente tutta italiana, in outsourcing. Ma perché si raggiunga l’eccellenza occorre investire sull’uomo».
Paolo Menuzzo, classe 1947, è il presidente di una holding con un fatturato consolidato nel 2005 di 141 milioni di euro (+15 per cento rispetto al 2004), il 70 per cento export. E che punta a chiudere quest’anno a 160. «Ma se facciamo 159 va bene lo stesso», ride. Came conta 12 filiali e oltre 350 distributori in esclusiva. Ogni anno da quelle parti si cresce. è quel che si dice un esempio di Italia che non strepita e che bada al sodo. Cioè, che brilla. Il signor Menuzzo è un imprenditore vero. Non passa giorno senza che crei valore. Il classico self made man che mai si è risparmiato finché finalmente gli è riuscita l’impresa di mettere in piedi un’impresa. Come parecchi della sua terra, non si è mai fatto problema a sporcarsi le mani con il quotidiano. Certo che ce ne vuole di libertà e di spirito d’avventura perché accada qualcosa che cresca nel tempo. E tutto questo non può rifarsi al caso, ma nasce dal guardare in faccia la realtà e trarne in ogni caso una goccia di positività. Anche quando Paolo ha 9 anni e si ritrova di colpo senza la mamma e con il papà Ferdinando che fatica e gli insegna così che i calli alle mani fanno buon sangue come il vino, che la carretta va spinta perché ci sono i figli da tirare grandi, da mandare a scuola, da farli crescere con principi saldi, semplici e fronzoli zero. «Il pane a casa non è mai mancato, ma la povertà c’era, la respiravi, non potevi far finta di niente. Si emigrava allora. Chi poteva studiava. E Io ho studiato. Perito elettrotecnico al Pacinotti di Mestre». Quel diploma gli è servito a capire la direzione giusta. Con il fratello Angelo di un anno più grande, «lui sì che è un inventore nato, molti apparecchi del catalogo li ha pensati lui», dice, hanno trasformato in prodotti artigianali quella che affiorava come un’esigenza: «Possibile che non ci sia un sistema per aprire a distanza un cancello?», si sono sentiti dire 35 anni fa. Non c’era naturalmente. Ci sarebbe stato. Come? All’inizio in modo artigianale. Utilizzando per il movimento anche motori di lavatrici. «Credo di aver sempre avuto lo spirito dell’imprenditore. Andavo alla scuola media portandomi dietro una cartella gonfia di maglie e magliette che comperavo dalla mamma di un mio compagno che aveva un negozietto. A lei pagavo 400 e rivendevo a 500 lire. Anche a 600 a volte. Così non pesavo sulle spalle di papà e avevo la mia paghetta per il cinema», ricorda con una certa soddisfazione. Sul filobus che lo portava a scuola il giovane Paolo guardava ora a destra ora a sinistra della strada. Lunghe distese di campi coltivati naturalmente, ma intervallati da fabbrichette che trasmettevano vitalità. «Più le vedevo, più mi convincevo che un giorno anch’io avrei messo in piedi qualcosa di simile. Intanto mi immaginavo lì dentro a lavorare e la cosa mi dava un grande speranza».
Diploma, militare, insegnamento di misure elettriche proprio al Pacinotti. «Ma il tempo per pensare seriamente a provarci come imprenditore non mi mancava». Allora ha concluso che occuparsi di apertura automatiche di cancelli fosse una buona cosa. E dall’artigianale spinto si è passati nel 1972 alla piccola impresa. Nome CM. Che sta per costruzioni meccaniche. Non poteva che essere un nome provvisorio quello, visto che si chiamava uguale anche un liquore dell’epoca. Nel 1974 è la volta di Came, ovvero Costruzioni Automatismi Meccanico Elettronici. E stavolta nessun alcolico all’orizzonte. «Abbiamo puntato sul settore elettromeccanico, scelta azzeccata. Nel 1978 il nostro primo capannone. Siamo cresciuti, siamo passati definitivamente da azienda artigianale a piccola realtà industriale. Dal 1990 Came ha preso a correre. Mio fratello non c’era più in azienda, aveva scelto di rimanere insieme a soci brianzoli con i quali si era condiviso un pezzetto di strada ma senza trovare mai una solida convergenza», dice. Tutta l’azienda ha partecipato allo scatto in avanti. Adesso ci sono anche i figli Andrea, 31 anni, ed Elisa, 28: amministratore delegato lui, responsabile risorse umane e comunicazione lei. «Io da solo non avrei fatto niente. Ho sempre creduto e lavorato per creare un team molto affiatato. Credo di esserci riuscito».
Chi crea valore aggiunto è contagioso. Il catalogo Came fa paura. Agli altri. Significa che il gioco di squadra si esprime bene riuscendo a riposizionarsi e a tenere botta a livello globale. Tenendo conto che vendere in Germania non è lo stessa cosa che a Dubai. «I tedeschi se ne fregano dei design, del telecomando gioiellino. Loro vogliono ancora il modello saponetta, grande, bello solido. A Dubai vogliono invece che il telecomando sia verde, perché richiama il colore dell’Islam». Come attrae quel made in Italy che continuamente si impegna a trovare soluzioni con il tratto dell’eccellenza.
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