Immaculée è viva
Left to tell. Viva per raccontare. Così Immaculée Ilibagiza si è data da sé la risposta all’eterna domanda di ogni sopravvissuto di un genocidio. Scampata miracolosamente al massacro che nel 1994 in cento giorni cancellò la vita di 800 mila tutsi e hutu moderati del Ruanda, ha raccontato la sua storia in un libro che va molto al di là della dolente ricostruzione di una tragedia personale dentro all’apocalisse di una nazione. Viva per raccontare, tradotto e pubblicato in Italia da Corbaccio, testimonia una catena di miracoli che non si esauriscono nella insperabile salvezza dalle mani di turbe assassine, ma comprendono l’eroica carità cristiana degli hutu che rischiano la propria vita per salvare quella di tutsi vicini e lontani, la dignità nella morte di vittime che guardano i loro carnefici negli occhi con lo sguardo dei martiri, e persino il miracolo del perdono agli assassini, maturato nel dialogo con Dio e nella lotta contro le tentazioni diaboliche. Tanto più intense quando ogni umana certezza è spazzata via: «Udii gli assassini chiamare il mio nome. Erano al di là della parete, ci separavano meno di tre centimetri di gesso e legno. Avevano voci fredde, dure e determinate. “È qui. Sappiamo che è qui da qualche parte. Trovatela. Trovate Immaculée”. C’erano tante voci, tanti assassini. Riuscivo a vederli con la mente: i miei amici di prima, i vicini, che mi avevano sempre trattato con affetto e gentilezza, giravano per la casa con lance e machete in mano e gridavano il mio nome. “Ho ammazzato trecentonovantanove scarafaggi”, diceva uno degli uccisori. “Immaculée è la quattrocentesima. È un bel numero di persone fatte fuori”».
Immaculée, studentessa universitaria 22enne, si trova coi genitori e due fratelli presso la casa paterna in un villaggio della prefettura di Kibuye quando, il 7 aprile 1994, nel cielo sopra Kigali viene abbattuto l’aereo del presidente Juvenal Habyarimana. Gli estremisti hutu colgono il pretesto per mettere in atto il genocidio della minoranza tutsi che avevano preparato da anni, almeno da quando il Fronte patriottico ruandese (Fpr) a dominante tutsi aveva cominciato la sua lotta armata, con basi nella confinante Uganda, contro il governo Habyarimana. Milizie armate di machete note come gli Interahamwé (“coloro che combattono uniti”), reparti dell’esercito e semplici contadini hutu passano di quartiere in quartiere e di collina in collina dando la caccia ai civili tutsi e abbattendoli brutalmente quando li trovano. Quelli che hanno cercato rifugio in gruppo nelle chiese e negli edifici scolastici vengono falciati in massa dopo assedi più o meno lunghi. In poche settimane il Ruanda diventa un cimitero a cielo aperto percorso da bande ebbre di sangue, mentre le truppe dell’esercito nazionale e della guerriglia Fpr si scontrano nella battaglia finale (vinceranno i secondi). La famiglia di Immaculée si disperde in cerca di salvezza. Lei cerca riparo presso il presbiterio di un pastore protestante hutu, conoscente di suo padre. Lui la nasconderà insieme ad altre sei donne in un bagno sgabuzzino di due metri quadrati, adiacente alla sua camera da letto. Resteranno lì per più di tre mesi, tremando e pregando, mentre le bande degli assassini più volte fanno irruzione nell’edificio senza individuare mai il nascondiglio. A portare in salvo Immaculée e alcuni pochi altri tutsi sopravvissuti provvederanno infine prima i soldati francesi dell’operazione Turquoise e poi gli induriti guerriglieri dell’Fpr, ma non senza ambiguità e brividi.
Nel buio, la fede
Il ritmo della scrittura, dolce nella parte che evoca la vita prima della guerra, diventa angosciante e serrato quando si passa alla descrizione della fuga e poi dei lunghi giorni dell’occultamento. Immaculée si immerge nella preghiera e nella meditazione. Gesù e Satana diventano i compagni della vita quotidiana con la stessa fisicità delle sei donne i cui corpi sono schiacciati contro il suo dentro l’angusto bagno. Quando gli Interahamwé fanno irruzione per la terza volta e sono a un passo dal trovarla, lei avverte la certezza di una salvezza miracolosa: «Allora Gesù parlò: “Con la fede si spostano le montagne, Immaculée, ma se la fede fosse facile, tutte le montagne non ci sarebbero più. Credi in me, e sappi che non ti abbandonerò mai. Credi in me, e non avere più paura. Credi in me e io ti salverò”. Improvvisamente, tornai in me, sul pavimento insieme alle altre. Avevano gli occhi chiusi, ma i miei adesso erano aperti e fissavano una croce enorme, di luce bianca che brillava da una parete all’altra, davanti alla porta del bagno. Mentre la guardavo, un’energia raggiante mi sfiorava il viso, mi scaldava la pelle come il sole. Sapevo d’istinto che quella forza divina, emanata dalla croce, avrebbe respinto gli assassini. Sapevo che eravamo protette e al sicuro, così balzai in piedi, come se avessi avuto la forza di una leonessa. Ringraziai Dio per avermi toccato col suo amore ancora una volta, poi guardai le altre donne. Per la prima e ultima volta in cui ci trovavamo dentro il bagno, gridai alle mie compagne: “Siamo salve! Credetemi, andrà tutto bene!”. Il tono alto della mia voce le colpì come uno schiaffo. Mi guardarono come se fossi stata pazza, poi mi presero e mi tirarono giù sul pavimento. Io sorridevo, anche se non vedevo più la croce sulla porta, sapevo che era là. Gli assassini erano già usciti dalla casa… li sentivo cantare, mentre se ne andavano».
Salvata da Gesù, Immaculée ricostruirà la sua vita nella consapevolezza di essere stata investita di una missione. Viene a conoscere tutti i dettagli della morte dei suoi cari, abbattuti uno dopo l’altro. Ma quando a Butare, dove ha frequentato l’università, le fannno incontrare uno degli assassini catturato e imprigionato, lo guarda con pietà e fra l’indignazione dei presenti gli comunica il suo perdono. Oggi vive a New York, ha sposato un afroamericano con cui ha messo al mondo due figli, e ha creato la Fondazione Left to tell. Ha scritto: «Nel mezzo del genocidio, trovai la mia salvezza. Sapevo che il mio patto con Dio andava oltre il bagno, la guerra e l’olocausto. Era un patto che, ora lo sapevo, sarebbe andato oltre questa stessa vita. Innalzai il mio cuore al Signore, e lui lo colmò del suo amore e del suo perdono. Essere nel bagno era diventato una benedizione della quale sarei stata grata per sempre. Anche se i miei genitori erano morti nella carneficina là fuori, non sarei mai stata un’orfana. Ero rinata in quel bagno e adesso ero l’amata figlia di Dio, mio Padre».
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