Imparare la psicoterapia in un paese ipercentralista
C’era una volta un tempo in cui lo Stato non pretendeva di garantire sulle capacità del lavoratore o del professionista, ma contavano solo le credenziali: dove quel tale aveva studiato, dove si era formato e quanto dicevano di lui i colleghi e le persone che avevano usufruito delle sue prestazioni. Poi è arrivato lo Stato. Nel campo delle psicoterapie, prima dell’arrivo della burocrazia legislativa, le persone decidevano quale formazione darsi, quale scuola seguire e i pazienti si fidavano sulla base del passaparola o a seconda dell’autorità e del prestigio delle scuole. In parte funziona ancora così. Eppure il Legislatore già da tempo ha deciso che tutto debba essere normato per Legge, che uno psicoterapeuta per svolgere questa professione debba frequentare una scuola di psicoterapia, la quale per essere riconosciuta come tale debba a sua volta rispondere a certi requisiti. Ma tutto questo è servito a tutelare i pazienti? Ha portato alla formazione di terapeuti migliori? Proprio non lo so, di certo si è moltiplicato il numero delle scuole, è sicuramente aumentata la concorrenza. Ora un’ultima modifica legislativa impone una limitazione in senso opposto. Le scuole di psicoterapia non potranno avere più di tre sedi sul suolo nazionale e perché debba esserci questa norma non risulta chiaro. È però bizzarro che riguardi solo le scuole recenti, mentre quelle già esistenti sono esentate e possono continuare ad avere qualunque numero di sedi. Si crea così una disparità, ora incolmabile per Legge, tra vecchie e nuove scuole.
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