Impeto vitale

Di Emanuele Boffi
21 Giugno 2007
La battaglia tra chi vuole rianimare i prematuri e quelli che li vorrebbero «accompagnare dolcemente alla morte»

Usando un’immagine Carlo Bellieni, neonatologo di Siena, spiega qual è il fulcro del problema: «Se vediamo cadere un uomo dal quinto piano di un palazzo chiamiamo subito un’autoambulanza. Non sappiamo se morirà o se rimarrà gravemente ferito. Per il neonato che nasce in condizioni difficili la situazione è la medesima. Tranne pochi e circostanziati casi, non sappiamo se sopravviverà e quali conseguenze avrà, se vivrà con disabilità o meno, ma comunque siamo chiamati a intervenire. Altrimenti che facciamo? Lo lasciamo morire?». Bellieni è da tempo impegnato a mostrare le ragioni che dovrebbero spingere i medici a cercare sempre di rianimare i neonati prematuri. «Certo, senza scadere nell’accanimento terapeutico. Ma dovrebbe farci riflettere un dato: nel 1960 il 90 per cento dei bambini con peso inferiore al chilo moriva. Oggi, grazie ai progressi della medicina, il 90 per cento di questi nati sopravvive».
La comunità scientifica italiana si è ormai resa conto che i bambini nati a 23 settimane hanno il 25 per cento di possibilità di farcela, e persino per quelli di 22 settimane esistono percentuali (5-10 per cento) di successo. Dunque, intervenire o non intervenire? E come conciliare questi dati con la legge 194 che parla di interruzione di gravidanza fino alla 24esima settimana? La discussione è viva all’interno della comunità scientifica, colpita anche da casi recenti, come quelli del Carreggi di Firenze, quando fu abortito un bambino perché malformato per poi scoprire che malformato non era. L’handicap è uno dei punti centrali della discussione come spiega Bellieni: «Si ha paura dei figli malformati. Si preferisce mettere una pietra sopra a quelle situazioni dove non è tanto incerta la sopravvivenza quanto è quasi certo l’handicap». Tutto questo non è dichiarato esplicitamente: si fa uso di un «falso pietismo» sia nei confronti del nato che sarebbe costretto a condurre una vita di sofferenze, «sia nei confronti della famiglia, costretta a una vita ostica per il fatto di avere un disabile in casa».
Il ministro della Salute Livia Turco ha aperto un tavolo di esperti per studiare il problema. A presiederlo sono stati chiamati Franco Cuccurullo (presidente del Consiglio superiore di sanità) e Maura Cossutta (consigliere del ministro, nota per le sue posizioni pro-choice) che dovranno elaborare, si legge in un comunicato del ministero, una Raccomandazione atta a «definire gli ambiti temporali e le modalità di assistenza più idonei a garantire la tutela della salute e la dignità del neonato e della madre in linea con le più aggiornate evidenze scientifiche». E su quali siano le più “aggiornate evidenze scientifiche” i neonatologi si sono divisi. Da un lato vi è chi sostiene la cosiddetta Carta di Firenze, documento redatto a inizio 2006 secondo cui «vanno fermate le cure intensive per i neonati troppo prematuri». Sostenuta in particolare da Giampaolo Donzelli, direttore della Clinica di medicina perinatale dell’Università di Firenze, la Carta vorrebbe che fossero evitate le cure per i neonati di 22 e 23 settimane (che dovrebbero essere solo accompagnati dolcemente alla morte), mentre per quelli alla 24esima si dovrebbe intervenire solo se la rianimazione può produrre chiari segnali di ripresa nel bambino. A molti neonatologi, non solo cattolici, la Carta di Firenze è parsa una scorciatoia per liberarsi del problema, ma – per quanto è riuscito ad appurare Tempi – pare che la Commissione voluta dal ministro Turco sia piuttosto propensa ad avvallare tali idee e a farle diventare lo scheletro su cui redigere la Raccomandazione.
A Rimini, durante il XIII Congresso Nazionale della Società italiana di neonatologia, s’è svolta un’animata tavola rotonda (“I limiti dell’assistenza intensiva neonatale: opinioni a confronto”) in cui alle tesi di Donzelli si sono contrapposti con particolare veemenza Costantino Romagnoli, del Policlinico Gemelli di Roma, e Fabio Mosca, direttore della Clinica Mangiagalli di Milano, che ha provocatoriamente chiesto: «Perché a quel 5 per cento di casi che ha un potenziale di vita devo essere io neonatologo a decidere di non dargliela? Non iniziare le cure significa non accordare la possibilità di un’opportunità di vita». Il fronte contrario alle ipotesi di Donzelli è ampio e maggioritario rispetto allo sparuto gruppo di sostenitori della Carta. Più che perplessi si sono dimostrati anche medici di chiara fama come Franco Bagnoli, presidente dei neonatologi toscani, Giuseppe Bonocore, ex presidente della European society of pediatric research, Dino Pedrotti, neonatologo di Trento, e Antonio Boldrini, neonatologo di Pisa e vicepresidente della Sezione regionale Sin Toscana.

Atteggiamento proattivo
Augusto Biasini, neonatologo al Bufalini di Cesena, è stato uno dei relatori a un convegno tenutosi a Bologna nel dicembre 2006 in cui ha sciorinato dati al riguardo del fenomeno dell’eutanasia neonatale in Europa. Numeri e tendenze aggiornate le presenterà anche al convegno promosso dall’associazione Medicina e Persona che inizia giovedì 21 giugno a Milano (“La nuova medicina: cura della persona o utopia dell’uomo perfetto?”). Racconta Biasini a Tempi: «Il primo fatto da sottolineare è che l’atto intenzionale di dare la morte al neonato, con l’obiettivo asserito di risparmiargli le sofferenze, è vietato nel diritto europeo ovunque». Secondo: «Recenti studi mostrano come, col proseguire la rianimazione anche a settimane gestazionali basse, vediamo che nei bambini ricoverati in terapia intensiva neonatale il 67 per cento sopravvive. Quindi la sopravvivenza e la mortalità cambiano molto a seconda dell’atteggiamento del medico». è su questo aspetto che, secondo Biasini, occorre puntare la luce: «Se un medico ha un atteggiamento “proattivo”, cioè sceglie di favorire il più possibile quella scintilla di vitalità che anche i nati prematuri alla 23esima settimana manifestano, si vede che si possono raggiungere buoni risultati. Nel nord della Svezia si è constatato che, con un atteggiamento proattivo, si è avuto un aumento dei nati vivi, vivi a un anno, meno nati morti e meno bambini con disabilità». L’atteggiamento «va deciso caso per caso. Al di là dell’obbligatorio e dell’irragionevole, esiste un opzione decisiva nelle mani del medico. Quando nasce una nuova persona il medico ne deve capire ed accogliere l’impeto vitale con adeguato impeto assistenziale nell’incertezza della situazione».

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