Inciucio? Ma mi faccia il favore…

Di Rodolfo Casadei
01 Settembre 2005
RAFFAELLO VIGNALI, PRESIDENTE CDO, RESPINGE LE INSINUAZIONI: «NON CI INTERESSANO LE ALCHIMIE DEGLI SCHIERAMENTI, MA I CONTENUTI: CAPITALE UMANO, NUOVO WELFARE, TASSAZIONE DELLE RENDITE. PER AMORE DEI QUALI OCCORRE TORNARE ALLO SPIRITO DELLA COSTITUENTE»

Raffaello Vignali, presidente della Compagnia delle Opere (CdO), ha l’aria piuttosto soddisfatta mentre, una figlioletta sulle ginocchia, segue le battute finali dell’incontro “Il rischio educativo”, che presenta la rinnovata edizione del famoso libro di monsignor Giussani nell’ultima giornata del Meeting di Rimini. è il momento giusto per qualche domanda di prammmatica sul bilancio finale della manifestazione ma anche per qualche punzecchiatura sui temi brucianti dell’attualità politica. Sentite qua.
Vignali, con quale bilancio la CdO, che è uno degli organizzatori del Meeting per l’amicizia fra i popoli, esce da questa XXVI edizione?
Diciamo che è un bilancio positivo, perché il tema del Meeting è stato centrato, ha colto un interesse nella discussione in questo paese: il tema della libertà come dono e non della libertà come potere fare quello che pare e piace; libertà come vocazione a cui rispondere con tutto il proprio essere. Questo è il primo punto di bilancio positivo. La qualità degli interventi e le facce del popolo del Meeting sono state la migliore evidenza che la libertà non è appena un’idea, ma un’esperienza. Questa è la libertà che ci interessa.
Ai presidenti della CdO gli intervistatori zelanti chiedono «Cosa chiedete alla politica?». Cosa chiedete alla politica?
Abbiamo chiesto alla politica di essere al servizio di quel che l’uomo è, della sua integralità, a servizio di ciò che nasce dalla creatività di movimenti nella società. Questa è la nostra prima richiesta. Abbiamo posto poi sul tappeto le priorità che noi vediamo come necessarie per dare un futuro di benessere a questo paese, per non disperdere quel patrimonio che i nostri padri e i nostri nonni ci hanno con grande gratuità donato: capitale umano, educazione e annessa libertà di educazione, possibilità di raggiungere i più alti gradi di istruzione, ricerca e innovazione. Ma anche, sul fronte economico, una politica fiscale che premi chi produce, che non sia quindi a difesa delle rendite, ma a favore di una vera competizione. Dove chi ha risorse da investire per il bene del paese sia premiato. Sul fronte del welfare abbiamo chiesto che diventi realtà il principio della libertà di scelta. Per cui le famiglie possano scegliere liberamente e senza pagare oneri aggiuntivi in quale scuola mandare i figli, in quale sanità farsi curare, quale assistenza per i casi di bisogno. Capitale umano, nuova impresa, politica fiscale che premi la produzione e non la rendita, nuovo welfare sono punti su cui chiediamo alla politica di dialogare senza inciuci, ma di dialogare per dare un assetto al futuro del paese.
La vostra proposta di tassare maggiormente le rendite finanziarie ha fatto un bel po’ di rumore e ha conquistato prime pagine. Nel governo, però, i favorevoli e i contrari sembrano grosso modo equivalersi. Cosa rispondete a chi dice che non è il momento, che non è possibile, che è sbagliato, che non si può fare?
Intanto noi abbiamo posto come primo problema non tanto la tassazione della rendita, che è la variabile dipendente, ma una variabile indipendente: di avere un sistema che premi la produzione. Un sistema in cui è più premiante fare il raider in Borsa, perseguire la speculazione di breve periodo che paga il 12,5 per cento di tasse, piuttosto che investire, creare occupazione, innovare, dove i profitti sono tassati quasi al 50 per cento, è un sistema ingiusto e diseducativo. Per quanto mi riguarda, si può tenere la tassazione della rendita finanziaria al 12,5 per cento, purché la tassazione ai redditi d’impresa sia inferiore, se ci sono le risorse. Se le risorse non ci sono, è necessario trovare un equilibrio. Ma ci deve essere un sistema in cui è premiato chi investe, chi lavora, rispetto a chi vive di rendita. Questo non significa penalizzare i risparmiatori. Non stiamo parlando di risparmio, stiamo parlando di rendite finanziarie, di speculazioni. In questa congiuntura, poi, bisognerebbe detassare completamente quegli utili di impresa che vengono reinvestiti nell’attività o nella capitalizzazione dell’impresa stessa.
Non c’è secondo voi il rischio di fughe di capitali o fenomeni del genere?
Bisogna decidere qual è il rischio più grosso: se sia meglio che un imprenditore venda la sua impresa ai cinesi e poi viva di rendita, che è più conveniente, o se è un rischio maggiore che dei capitali fuggano all’estero. Per quanto ci riguarda, ha senso tenere i capitali in Italia se sono produttivi.
E’ stato un Meeting attraversato anche dalle turbolenze della politica italiana. Grande centro o bipolarismo?
Noi non abbiamo in nessun modo posto il problema degli schieramenti e delle alchimie fra gli schieramenti, che francamente è un problema che non ci ha mai appassionato. Abbiamo posto il problema non dei contenitori, ma dei contenuti. Peraltro tutti i politici che sono venuti al Meeting – penso in particolare all’incontro Formigoni-Rutelli e all’Intergruppo per la sussidiarietà – hanno chiarito che parlavano da schieramenti diversi ma stavano parlando su temi comuni. Non ci sono soltanto gli schieramenti comuni, ci sono i temi comuni.
A proposito di Formigoni-Rutelli: “Prove di inciucio”, come ha titolato Il Tempo, o bipolarismo maturo?
Nessuna prova di inciucio. Io, che presiedevo l’incontro, l’ho chiuso citando un testo dell’allora cardinal Ratzinger che spiega che «la politica è l’arte del compromesso», dove per compromesso non si intende l’inciucio ma la compromissione con la realtà e con l’altro. Questo ci interessa. Dobbiamo tornare allo spirito della Costituente, quando sulle scelte di lungo periodo si sono affrontati nodi comuni per il futuro del paese, e credo che nessuno possa dire che Togliatti e De Gasperi «inciuciavano».
Con Berlusconi o con Casini? Cioè, continuità o discontinuità?
Passo.

Meglio Silvio Berlusconi candidato Presidente del Consiglio o meglio Roberto Formigoni?
Passo.
Bene, così finiamo in fretta. Con Pera o con chi ha attaccato Pera?
Pera ha fatto un discorso molto dotto, nel quale non poteva essere spiegato tutto. Io trovo sia stato scorretto estrapolare una parola come è stato fatto, per trovare un pretesto per attaccarlo. Sicuramente il problema del dialogo con le altre civiltà, con le altre religioni, con le altre identità, lo abbiamo ben presente. Si vedano l’incontro sulla vita quotidiana delle donne nell’islam e l’incontro con gli amici ebrei durante questa settimana di Meeting. Sono la prova più evidente di quello che noi intendiamo parlando di convivenza con i diversi da noi: si tratta di fatti, non di interpretazioni.
Con Fazio o contro Fazio?
Non è un problema di persone, è il problema dei ruoli che gioca lo Stato. Ci sono dei ruoli di controllo in questo paese che occorre esercitare, e quando non li si esercita – non mi riferisco solo a Bankitalia ma anche a tanti altri soggetti – accade che altri poteri, più forti, prendano il sopravvento rispetto alla politica. E per questo paese non è un bene.
Questo significa che siete a favore dell'”autoriforma” della Banca d’Italia o piuttosto all’istituzione di un mandato a termine?
Bisogna prima decidere qual è la funzione di Bankitalia dopo l’ingresso nell’euro. Su questo, sinceramente, abbiamo sentito poco dibattito.
Voi avete una vostra proposta al riguardo?
No. L’unica cosa che ci interessa è che le banche facciano le banche.
Che idea si è fatto del polverone attorno a Unipol, Bnl, Antonveneta, ecc.?
Appunto. In tutto il polverone non abbiamo sentito dire a cosa servono le banche. Se le banche sono strumenti per la crescita dell’economia di un paese, o se sono un sistema autoreferenziale. Io credo che la migliore risposta al polverone estivo l’abbiano data quelle banche che stanno innovando. Penso agli interventi di Banca Intesa a favore delle imprese sociali non profit, o gli interventi a favore del capitale umano e dell’innovazione. Penso che l’esempio migliore di strategia bancaria l’abbia dato Alessandro Profumo che in silenzio, senza clamori, ha portato un grande gruppo finanziario italiano ad essere uno dei protagonisti dello scenario finanziario europeo e la prima banca dell’Est. è stata una risposta non a parole ma nei fatti, che sono quelli che prediligiamo.
I ministri degli Esteri di Afghanistan ed Irak, ospiti del Meeting, hanno detto: «Restate al nostro fianco con fermezza». Questo significa cooperazione politica, ma anche impegno militare. L’Italia fa bene a mantenere i suoi contingenti militari in Irak e Afghanistan? La CdO, come Cl, è stata contraria all’intervento anglo-americano in Irak.
Noi confermiamo la nostra posizione, che è stata di dissenso anche al tempo del primo intervento militare in Irak. No alla guerra. Detto questo, riteniamo che sarebbe colpevole e vigliacco abbandonare un paese che ha chiesto l’intervento delle nostre forze militari, che non sono forze di occupazione ma di pace. Preferiamo dar retta agli esponenti locali. Sia il ministro degli Esteri afghano che quello iracheno ci hanno chiesto di non abbandonarli fino a quando il processo democratico non sia compiuto. Se vogliamo giudicare dai frutti, la nuova Costituzione irachena, che è stata presentata e sta per essere votata, dimostra tutta la positività dell’intervento che si è fatto a Baghdad dal momento in cui sono cessati i bombardamenti. Penso che l’abnegazione dei nostri soldati, che hanno sacrificato la loro vita per la pace, è un esempio che andrebbe valorizzato perché non si perda il segno che ha lasciato in tutti gli italiani la tragedia di Nassiriya.
La CdO è presente in queste aree turbolente del mondo, o ha comunque intenzione di intervenire?
In Irak il settore non profit della CdO è già intervenuto con progetti educativi appoggiandosi alla Chiesa cattolica locale; per quanto riguarda l’Afghanistan, il ministro degli Esteri Abdullah ci ha chiesto di compiere una missione nel suo paese per vedere quali sono i settori per una possibile collaborazione fra le imprese della CdO e l’economia afghana, che faremo nelle prossime settimane. La cooperazione economica è un contributo essenziale alla pace, ed è molto più costruttivo della protesta di chi chiede di “essere lasciato in pace”.

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