India e Sudan in affari. E il popolo?
Il governo indiano ha deciso di partecipare alla produzione petrolifera in Sudan, consentendo all’azienda statale Oil and Natural Gas Corp (Ongc) di investire 750 milioni di dollari per l’acquisto della quota del 25% che la compagnia canadese Talisman Energy detiene nella Greater Nile Petroleum Operating Company (Gnoc), attiva dall’agosto 1999 con una concessione di 12 milioni di acri e 1500 chilometri di oleodotto vicino a Bentiu, a circa 750 chilometri a sud-est di Khartoum. La produzione della Gnoc è salita negli ultimi due anni da 230mila a 260mila barili al giorno, portando milioni di dollari nelle casse dell’indebitato governo sudanese. La decisione indiana è stata fortemente criticata dai ribelli in lotta con il regime islamico di Khartoum. Il portavoce dell’esercito di Liberazione Popolare del Sudan (Spla), Samson Kwaje, ha ricordato come il progetto non porti alcun beneficio al popolo sudanese ma serva solo a foraggiare le casse del Fronte Islamico Nazionale, il quale ha modo di acquistare ancora più armi. La società canadese Talisman è stata indotta a vendere proprio a causa delle critiche di ordine morale avanzate da molti suoi azionisti, dall’opinione pubblica nazionale e da vari gruppi umanitari e religiosi. Tali critiche hanno contribuito a far abbassare il valore dei titoli azionari della società canadese. Le motivazioni che hanno indotto il governo di Nuova Delhi a prendere parte in un progetto così discusso sono legate al fatto che l’industria petrolifera indiana ha un disperato bisogno di acquistare quote all’estero per compensare la diminuzione della produzione interna. Il ministro indiano per il petrolio Ram Naik ha dichiarato che le necessità energetiche del paese sono più importanti di qualsiasi protesta dei ribelli facendo riferimento agli altri partner dell’impresa: la China National Petroleum Corp (40%), la malese Petronas (30%) e l’azienda di stato sudanese Sudapet (5%). Tutti questi soci non hanno problemi di mantenere una presentabilità morale davanti ai propri azionisti e governi. Sebbene il governo di Khartoum neghi che le entrate derivanti dal petrolio siano utilizzate a fini militari e affermi che sono ridistribuite tra tutta la popolazione, proprio i petrodollari hanno dato un nuovo stimolo alla repressione consentendo l’acquisto di armi più letali e l’espansione del controllo aereo, come conferma anche il centro di ricerche International Crisis Group (Icg), con sede a Bruxelles. Secondo l’Icg i milioni derivanti dalla vendita del petrolio hanno consentito l’acquisto di MiG-29 e radar di origine sovietica equipaggiati da piloti e tecnici russi e ucraini e si ritiene che pagheranno l’acquisto in corso di un naviglio da combattimento australiano disegnato apposta per l’impiego nelle aree paludose come quelle dove hanno sede i campi petroliferi.
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