Indulgenza senile

Di Fabio Cavallari
26 Ottobre 2006
L'aumento dell'età pensionabile non fa più imbestialire i sindacati. Cos'è cambiato? Il governo, naturalmente

Negli stessi giorni in cui la Finanziaria 2007 veniva presentata come la prima manovra “concretamente” a favore dei ceti meno abbienti, centrosinistra e parti sociali siglavano un patto che detterà per il prossimo futuro gli “obiettivi e le linee di una revisione del sistema previdenziale”. Il memorandum d’intesa, snello nella forma ma poderoso nei contenuti, reca in calce sei firme pesanti: quella del presidente del Consiglio Romano Prodi, dei ministri dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa e del Lavoro Cesare Damiano e dei tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Epifani, Bonanni ed Angeletti. Pur non esplicitando numeri e procedimenti, il documento fino ad ora rimasto nell’ombra rappresenta l’ossatura portante del futuro sistema previdenziale italiano.
Il fulcro dell’intesa è tutto incentrato sulla necessità di portare a compimento la legge Dini del 1995; tenendo ovviamente presente il «cambiamento del quadro demografico ed economico determinatosi dopo la riforma» e ben sapendo che «il forte aumento dell’aspettativa di vita e la flessibilità del mercato del lavoro hanno determinato condizioni nuove che si riflettono sul sistema previdenziale». Una formulazione che sfocia nell’impegno più importante dell’intero impianto: «trovare soluzioni che diano la possibilità di continuare a svolgere un’attività di lavoro», ovviamente oltre il limite d’età sinora vigente. Traduzione: aumento dell’età pensionabile. Interpellati sulle prime indiscrezioni uscite dopo l’accordo, Romano Prodi e Cesare Damiano sono corsi ad assicurare che non ci saranno “misure coercitive” ma solo disincentivi per chi intende lasciare il lavoro. Un clamoroso passo indietro rispetto a quanto prevedeva il superbonus di berlusconiana memoria. In quel caso l’intero concetto veniva ribaltato. Chi voleva andare in pensione non subiva alcun disincentivo, ma chi rimaneva poteva godere di una busta paga aumentata dei contributi che il datore di lavoro avrebbe dovuto versare all’Inps per la contribuzione di invalidità, vecchiaia e superstiti.

Da lupi ad agnellini
In realtà a lasciare interdetti è l’assoluta disponibilità dimostrata dalle confederazioni dei lavoratori a trattare sull’aumento dell’età pensionabile. Un argomento a dir poco tabù quando fu Berlusconi a tirarlo fuori esattamente un anno fa. Novembre 2005: il segretario della Cgil Guglielmo Epifani parla di una proposta che non merita commenti; Luigi Angeletti (Uil) la definisce una stupidaggine e l’ex leader della Cisl Savino Pezzotta si dichiara assolutamente contrario a qualsiasi ipotesi in merito. Cosa è successo in questi undici mesi? Praticamente nulla, tranne un dato poco trascurabile: il cambio del governo. Così oggi, sindacati e sinistra di governo hanno riposto le proprie rivendicazioni in un angolo accontentandosi di esultare, come ha fatto il neo segretario del Prc Franco Giordano, per aver stralciato le pensioni dalla Finanziaria, acconsentendo di pagare in pegno la sottoscrizione del memorandum d’intesa. Stralcio dalla Finanziaria che in realtà non c’è neppure stato, visto che sono previsti aumenti dei contributi sia per i lavoratori dipendenti che per gli autonomi e gli apprendisti.
L’accordo non si è limitato a delineare un futuro aumento dell’età pensionabile ma, specificando che il «sistema che si andrà consolidando si basa sul principio contributivo», viene anche reso noto che sarà inevitabile una riduzione dei coefficienti del calcolo delle pensioni. Assunto che serve a spiegare che «è decisivo che in Italia decolli la previdenza complementare [.] uno sviluppo strutturale e su larga scala, a partire dalla contrattazione collettiva da effettuarsi necessariamente attraverso l’utilizzo del flusso di contribuzioni ora accantonate per il trattamento di fine rapporto». Tradotto in parole povere, governo e sindacati si sono impegnati, visto il naturale abbassamento dei rendimenti pensionistici con il modello contributivo, a sostenere “forzosamente” l’avvio del secondo pilastro attraverso l’uso del Tfr.
Anche su questo punto, non è affatto vero che la Finanziaria non è entrata nel merito, anzi si potrebbe dire che tra le pieghe ne ha preparato le basi. Dal primo luglio 2007, infatti, attraverso il metodo del silenzio-assenso quel salario differito finirà diritto nei Fondi Pensione. È stato poi istituito un Fondo per l’erogazione ai lavoratori dipendenti del settore privato che verrà gestito dall’Inps e alimentato dal 1° gennaio 2007 con un contributo pari al 50 per cento del Tfr non destinato alla previdenza complementare, al fine di finanziare le grandi opere. Il tutto senza alcun mandato da parte del lavoratore. Da notare che una simile proposta fu avanzata dall’allora ministro Domenico Siniscalco nella Finanziaria 2004. In quell’occasione Epifani minacciò addirittura una fase di scioperi selvaggi per protestare contro la «sottrazione di soldi dei lavoratori». In questa foga concertativa, che non trova ostacoli neppure nella sinistra più radicale, gli unici che sino ad ora hanno cercato di alzare il livello di attenzione sono gli iscritti Cgil aderenti alla componente di minoranza (Rete 28 Aprile) capeggiata da Giorgio Cremaschi (segreteria Fiom). Quest’ultimo senza mezzi termini ha chiesto espressamente il ritiro della firma da quel memorandum, che non avendo avuto alcuna approvazione da parte dei lavoratori, è, di fatto, privo di alcuna legittimazione. Raccolte di firme e assemblee autoconvocate iniziano a intaccare le certezze dell’intesa raggiunta. Il tentativo di “nascondere” il patto sottoscritto sembra stia vacillando. Il silenzio-assenso questa volta rischia il fallimento.

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