Inglesi, W la libertà. Ma Bin Laden?
Ogni volta che un governo ventila l’idea di introdurre carte d’identità obbligatorie, in queste isole della libertà c’è una compatta levata di scudi in ogni ceto, gruppo di età, ceppo etnico, lato politico. Qui è un fatto viscerale che affonda le sue radici nell’antica coscienza comune, riassunta nella Magna Carta, della totale eguaglianza di tutti e della piena libertà di ogni individuo. Cosa che fa parte di sangue e ossa anche di chi non sa o non si ricorda che successe in quel lontano 1215. Il re (leggi lo Stato) sottosta alla legge, non è la legge. La ridicola pretesa «L’Etat c’est Moi» che ha permeato di sé i vari Stati europei fu sconfitta in quell’antico patto che tanto di sé permea i paesi anglosassoni, arricchito del pensiero del Bill of Rights del buon Locke e del On Liberty di John Stuart Mill. Il che è riassunto nell’ottocentesco «Tutto è lecito purché non si spaventino i cavalli», cioè non si disturbi il prossimo. Se lo Stato non esiste e ancor meno il concetto di Stato stesso, è però onnipresente il concetto di interesse pubblico, proprietà pubblica e così via. Forte è il concetto di individuo, diritto individuale, libertà individuale e la società altro non è che un equilibrio tra l’io e gli altri e di compromessi per bilanciare i due. Un compromesso è accettabile se porta un vantaggio a entrambi i lati; si può accettare di limitare un po’ di libertà in cambio della protezione di proprietà e vita e di un comune vantaggio, come il pagamento delle tasse. L’identità non viene vista altro che come diritto individuale e in un paese dove si può cambiare nome e cognome a piacimento e in cui nessuno ha diritto di fermarmi in auto se non ho infranto nessuna legge, non sarà una facile battaglia. Solo Hitler fu giudicato minaccia tale da far accettare la temporanea perdita di libertà che conseguì alle carte d’identità di guerra. Sta al governo convincere il pubblico – il cliente! – che Bin Laden è un rischio altrettanto grande. Non sarà facile.
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