inizia a tredici anni il gioco del silenzio

Va a fare una gita con la scuola, ed è contento. Nel baule dell’auto, sacco a pelo e chitarra, i primi segni dell’adolescenza. Ma lui, tredici anni, si guarda attorno assorto nella giornata lucente di marzo. Poi, come concludendo un discorso fra sé: «Ma in fondo, poi, si recita sempre, quasi con tutti». Cosa vuoi dire, chiedi rallentando, improvvisamente richiamata dalla quotidianità, e dalla fretta di arrivare a scuola – improvvisamente vigile, come chi abbia inteso una parola cui dare retta. «Massì – fa lui, come spiegandoti qualcosa di evidente – si sta assieme agli amici tutto il giorno, ma non si parla quasi mai di ciò che hai dentro davvero. Si parla d’altro, quindi si recita».
Taci un momento, profittando di un ingorgo del traffico; taci in realtà come tornata indietro di trent’anni, colta e fotografata sola nella tua stanza di adolescente, i libri sul tavolo, i poster alle pareti, la musica dei Beatles che dalla stanza di tuo fratello più grande cantavano Help! Si recita, certo, quasi sempre. “Quando lo hai scoperto?” vorresti chiedere a tuo figlio. Mi sembravi un bambino, ancora. Si recita nel non dire quasi mai ciò che veramente si ha nel cuore, come non fosse il caso, e non stesse bene, e non fosse poi cosa importante. Si parla di lavoro e di vacanze, di tv e di cosa ha fatto quel tale, ma ostinatamente si tace di ciò che si pensa al mattino, appena aperti gli occhi, o la vaga insoddisfazione, a sera, come se il tempo ti fosse scivolato fra le dita. Si nega, non dicendola, quell’ansia strana di gioia che hai addosso, e che una promessa o un sorriso ti paiono dovere soddisfare – ma poi scopri che quella attesa, che pure hai nelle tue radici, sfugge sempre alle tue mani che cercano di stringerla.
Vorresti dire a tuo figlio di quel poeta che si chiamava Rilke, che ha scritto: «E tutto congiura a tacere di noi, così come si tace di un’onta». Tutti, tranne forse i più distratti, ci accorgiamo un giorno di questa reticenza, per cui passiamo la vita a parlare, e non diciamo quello che è più vero – finché non lo diciamo nemmeno più a noi stessi. Almeno un volto ci vuole, a cui mostrarsi davvero, per salvarsi da questa reticenza che è bugia. Almeno un momento ogni sera, per dire a sé e a Dio ciò che è vero. Ma tuo figlio ha acceso l’autoradio, come sfuggendo, come se avesse detto già troppo. Un disc jokey parla veloce e ride, comandato a riempire il silenzio.

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