Insegnanti di sinistra dicono una cosa liberale

Di Justin Mc Leod
02 Marzo 2006

Bologna, convegno dell’Associazione Docenti Italiani, da sempre in prima fila fra le associazioni professionali nel rivendicare l’autonomia delle scuole e il riconoscimento della professionalità docente. Mattatore Rosario Drago, lucido nel mettere in fila i mali della scuola italiana, l’elefantiasi burocratica che le impedisce ogni reale cambiamento. Ma l’intervento forse più interessante è stato quello di Domenico Chiesa, presidente del Cidi (l’associazione storica degli insegnanti di sinistra), che ha detto a chiare lettere che l’obbligo scolastico a 16 anni non può significare uniformità dei percorsi: dai 14 ai 16 anni i ragazzi devono poter scegliere percorsi diversi, che abbiano in primo piano il latino oppure la tecnologia, l’officina, il laboratorio, imparare facendo. L’importante è che non siano scelte vincolanti, percorsi chiusi che inchiodano per la vita a una decisione precoce. Il suo omologo presidente di Diesse (l’associazione della Compagnia delle Opere) gli ha dato vigorosamente ragione. Ma dove, nel programma dell’Ulivo, si leggono le tesi di Chiesa? E dove, ahimé, in quello della CdL le preoccupazioni di Persico? Ancora, come vent’anni fa, le ragioni della vita contro quelle del potere.

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