Instabilità di coppia
La crescita delle unioni di fatto, la rarefazione dei matrimoni, la crescente omologazione giuridica fra coppie sposate e coppie conviventi pongono problemi dal punto di vista sociale oltre che da quello antropologico? L’istituzionalizzazione delle coppie di fatto danneggia la società come sostiene, per esempio, la Cei? Domande scottanti, che portano anche a chiedersi se ci siano delle motivazioni legate alla convivenza sociale per cui sarebbe meglio che lo Stato si dedicasse a promuovere la famiglia monogama eterosessuale fondata sul matrimonio piuttosto che a inquadrare le unioni di fatto.
Stando al recente Report Card Innocenti dell’Unicef sul benessere dei bambini nei paesi ricchi, le due forme di famiglia sarebbero equivalenti per quanto riguarda la qualità della vita dei figli. Nella sua classifica di 21 paesi ricchi del mondo in base al benessere di cui godrebbero in essi i bambini, nei primi 8 posti della classifica si trovano sia quattro paesi in cui il numero dei figli nati fuori dal matrimonio è superiore a un terzo del totale (Svezia, Danimarca, Finlandia e Norvegia occupano rispettivamente il 2°, 3°, 4° e 7° posto), che quattro dove è inferiore, anche di molto, a un terzo (Olanda, Spagna, Svizzera e Italia occupano rispettivamente il 1°, 5°, 6° e 8° posto). L’indice finale è il risultato della media di sei indicatori: benessere materiale, salute e sicurezza, benessere nel sistema scolastico, relazioni con la famiglia, comportamenti a rischio, autostima.
Nessun problema, dunque? Non del tutto. La classifica infatti dice anche che gli ultimi quattro posti sono tutti occupati da paesi dove il numero dei figli nati fuori dal matrimonio è superiore a un terzo: Regno Unito, Stati Uniti, Ungheria e Austria partendo dal fondo. Il report dell’Unicef è un po’ poco per una valutazione delle conseguenze sociali della generalizzazione delle unioni di fatto. L’anno scorso ha fatto un certo rumore uno studio americano della Princeton University che affermava che i genitori che costituiscono coppie conviventi hanno più probabilità di presentare problemi di salute mentale dei genitori che sono coppie sposate. In particolare, i padri non sposati che hanno una relazione con la madre del loro figlio hanno molte più probabilità di incorrere in episodi depressivi di quante ne abbiano i padri sposati. La violenza fra partner è risultata due volte più alta fra le coppie di fatto che fra le coppie sposate.
Uno studio del 2000 apparso su Journal of Health and Social Behavior ha mostrato che i tassi di depressione all’interno delle coppie conviventi sono più di tre volte superiori a quelli prevalenti fra le coppie sposate. Altri due studi, uno canadese del 1993 e l’altro americano del 2001, suggeriscono che le donne che fanno parte di una coppia di fatto hanno 9 volte più probabilità di essere uccise dal partner di quante non ne abbia una donna sposata.
La fragile Europa
In Europa studi del genere sono rari. Ma qualcosa ci sentiamo di suggerirla noi. Per esempio si potrebbero raffrontare i tassi di suicidio nei 25 paesi dell’Unione Europea (Ue) con l’andamento della natalità extramatrimoniale. Si scoprirebbe così che dei 10 paesi europei dove è più alta la percentuale di figli nati fuori dal matrimonio, 7 compaiono anche nella classifica dei 10 paesi coi più alti tassi di suicidi maschili, e addirittura 9 compaiono anche fra i 10 paesi coi più alti tassi di suicidi femminili. Svezia e Danimarca, paesi benestanti dove i bambini, a detta dell’Unicef, godono di un’alta qualità della vita nonostante la metà e passa di loro nasca fuori dal matrimonio, presentano un tasso di suicidi femminili che è il doppio del corrispondente tasso italiano e che è pari ai due terzi di quello maschile italiano, quando normalmente i suicidi di donne oscillano fra un terzo e un quinto del totale di quelli degli uomini.
Ipotizzare che questi andamenti possano dipendere dalla scarsità del bene matrimonio non è poi così peregrino, se è vero che, come scrivono David Popenoe e Barbara Dafoe Whitehead del National Marriage Project (un ente no profit americano), «Le unioni di fatto registrano livelli di felicità, di fedeltà di coppia e di soddisfazione sessuale più bassi, e rapporti più scadenti dei figli coi genitori. Una ragione è che, come hanno concluso non sorprendentemente dopo attenta analisi molti sociologi, nella convivenza senza matrimonio “i livelli di certezza circa il rapporto sono più bassi che nel matrimonio”».
La stabilità è un miraggio
Che le unioni di fatto, di qua e di là dell’Atlantico, sia meno stabili dei matrimoni è semplicemente un dato di realtà. Dissolution of unions in Europe: A comparative overview, uno studio del 2003 dell’Istituto Max-Planck per la ricerca demografica di Rostock, non riesce a fornire dati disaggregati sulla durata delle unioni di fatto rispetto a quella dei matrimoni in Europa. Si limita a paragonare la durata dei matrimoni con la durata di tutte le unioni che risultano dalla somma fra matrimoni e unioni di fatto, e da ciò deriva indirettamente la maggiore fragilità delle unioni di fatto: «Nella maggior parte dei paesi europei fra il 20 e il 30 per cento di tutti i matrimoni si sciolgono entro 15 anni dalla loro formazione (.). L’inclusione delle unioni di fatto nel calcolo rivela che il loro tasso di dissoluzione è considerevolmente più alto di quello dei matrimoni. Infatti risulta che nei paesi europei circa il 40 per cento di tutte le unioni con coabitazione si sciolgono entro 15 anni dalla formazione».
Su un altro punto interessante lo studio è categorico: «Il tasso di scioglimento dell’unione è molto più alto per le unioni che sono cominciate come coppie di fatto che non per quelle che sono cominciate subito come matrimoni. In quasi tutti i paesi il livello di dissoluzione delle unioni del primo tipo è doppio o più del doppio di quello delle unioni di secondo tipo». Infatti in Svezia dopo 15 anni risultano sciolte il 55 per cento delle unioni iniziate come coppie di fatto ma solo il 20 per cento di quelle iniziate come matrimonio; in Francia il 48 per cento e il 16 per cento rispettivamente, in Germania il 49 e il 24 per cento, in Spagna il 55 e il 7 per cento, in Italia il 43 e l’8 per cento. I numeri dicono che non solo la convivenza è più fragile del matrimonio, ma è dannosa per la stabilità dello stesso anche quando rappresenta il passo che lo ha preceduto.
Per quanto l’America sia diversa dall’Europa, le ricerche sugli argomenti di cui sopra danno gli stessi risultati. «Il rischio di scioglimento della relazione – scrive Paul R. Amato in The Impact of Family Formation Change on the Well-Being of the Next Generation – è significativamente più alto per le coppie conviventi con bambini che per le coppie sposate con figli. Per esempio il Fragile Families Study indica che circa un quarto dei genitori biologici conviventi non stanno più insieme già un anno dopo la nascita del figlio. Un altro studio sui primogeniti ha evidenziato che il 31 per cento delle unioni di fatto si era rotta nel giro di cinque anni, contro il 16 per cento delle coppie sposate. Allo stesso modo, un’analisi dell’Adolescent Health Study 1995 ha rivelato che meno dello 0,5 per cento degli adolescenti fra i 16 e i 18 anni figli di coppie di fatto ha trascorso tutta la sua infanzia coi due genitori biologici».
La scienza sociale e i luoghi comuni
«Le scoperte della scienza sociale smentiscono l’idea popolare secondo cui la convivenza garantisce una maggiore compatibilità matrimoniale e perciò favorisce matrimoni più solidi», spiegano quelli del National Marriage Project. «La convivenza prematrimoniale non riduce le probabilità di un divorzio, ma anzi è associata ad un alto rischio di divorzio (.). Uno studio del 1992 basato su 3.300 casi ha evidenziato che i matrimoni di coloro che sono passati attraverso l’esperienza dell’unione di fatto “si stima che presentino un rischio di dissoluzione che è del 46 per cento più alto di chi si sposa senza aver convissuto”».
Ma forse i maschietti europei potrebbero essere persuasi a non avventurarsi in un’unione di fatto da considerazioni più egoistiche, come quelle che si possono desumere da un recente studio olandese sulle conseguenze economiche dello scioglimento di tale genere di convivenza. Secondo Dorien Manting e Anne Marthe Bouman «le donne che si separano dopo una convivenza sperimentano un peggioramento della propria situazione economica minore di quello che patiscono le donne dopo un divorzio. Le condizioni economiche degli uomini peggiorano dopo la fine di una convivenza. Ciò contrasta con la condizione degli uomini che divorziano, i quali dal punto di vista economico stanno un po’ meglio di quando erano sposati». La tabella elaborata dalle due studiose dice che un anno dopo il divorzio il potere di spesa di una donna è diminuito del 23 per cento rispetto a quello che era un anno prima del divorzio, mentre la flessione è solo del 14 per cento in caso di fine di un’unione di fatto; invece i maschi guadagnano economicamente dal divorzio, aumentando di un 7 per cento il loro potere di spesa nell’arco dei due anni prima e dopo il divorzio, ma perdono un 4 per cento in caso di scioglimento di un’unione di fatto. Così, tanto per essere precisi.
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