Intrighi capitali
Tutti colpevoli, nessun colpevole? L’onore-volissima stampa di dipendenza finanziaria romana ha speso molte buone parole, in taluni casi anche nobili, per ridimensionare un po’ le malefatte Cirio-Parmalat e per stornare l’attenzione dal crimine in colletto bianco a quello, facile facile e molto da bar sport, che citerebbe in giudizio i soliti politici. Come al solito, chi si distingue negli scoop che ciurlano un po’ nel manico? Il gruppo editoriale Repubblica-Espresso dell’inventore del modello finanziario delle “scatole cinesi” (archetipo del metodo societario Cragnotti-Tanzi) Ingegner Carlo De Benedetti. Cosa hanno fatto costoro? Per alzare un po’ di polverone, si son fatti (come al solito) passare i verbali di Tanzi (come sapete è questo l’investigative reporting in Italia: dai cassetti dei tribunali esce solo ciò che deve uscire e solo per certi cronisti giudiziari della nota lobby di cui la coppia Bonini-D’Avanzo è testimonial, un po’ come Pippo Baudo fu testimonial di una certa cultura televisiva). Ottenuta la “notizia” prendono i verbali in cui Tanzi ha parlato di amicizie con i politici e lasciano intendere che la ciccia della vicenda sia quella. Ora, a parte il fatto che, per esempio, mettere sullo stesso piano la pubblicità Parmalat sulle reti Mediaset (che dimostrerebbe l’amicizia con Berlusconi) e i denari Parmalat messi da Tanzi in una società (Nomisma, Prodi) in cui sedeva nel Cda, non è propriamente la stessa cosa e non indica affatto lo stesso tipo di “amicizia” (quanti inserzionisti fanno pubblicità sulle reti Mediaset piuttosto che sulla Rai per l’ovvia ragione e il semplice calcolo di convenienza e di un maggior “ritorno” in termini di affari?), il problema è che il grosso – ma proprio grosso – dello scandalo Cirio-Parmalat non sta nella politica. Lo dicono i fatti: il problema sta in quel circuito di professionisti della finanza e del mondo bancario che in questi dieci anni hanno sempre dichiarato di volere fare a meno della politica e che hanno difeso con orgoglio l’autonomia loro e – do you remember le prediche “autonomistiche” di Antonio Fazio? – del ceto di “tecnici” e vigilantes del sistema, bancario e finanziario italiano. Ecco perché presentiamo qui di seguito un sunto didascalico delle evidenze elementari e fattuali emerse sin qui dai casi Cirio-Parmalat. Una sorta di promemoria dei fatti e dei protagonisti del film girato sull’asse Roma-Parma (con qualche ripresa in esterno nei paradisi fiscali, tanto per dare un tocco esotico al tutto). Lasciando volentieri alla grande stampa di ispirazione bancaria (meglio se Capitalia) la produzione di specchietti. Sì, ma per le allodole.
UNA DISTRAZIONE DI TROPPO
La vicenda Cirio-Parmalat sta interamente racchiusa nelle sintetiche righe dell’ordinanza di custodia cautelare con la quale il giudice ha disposto gli arresti di Sergio Cragnotti, del figlio e del genero. Rileggiamole, a futura memoria: «Banca di Roma, Banca popolare di Lodi, Mediocredito centrale, Banca Nazionale del Lavoro, Ubs e Banco di Napoli hanno ottenuto tra il 2000 e il 2002 pagamenti preferenziali per importi ingenti, pari ad almeno 595 milioni di euro, quando il gruppo si trovava già in stato di insolvenza e a parziale rimborso dei crediti vantati con Cirio Finanziaria e Holding». Di più, la riduzione dell’indebitamento verso le banche sarebbe stata eseguita «in un momento di sostanziale dissesto economico, ben noto ai soggetti che hanno gestito i proventi delle emissioni obbligazionarie e li hanno destinati parzialmente alla riduzione dell’indebitamento verso le banche». In parole povere e in italiano non giudiziario, i famigerati bond servirono a Cragnotti soltanto per far rientrare capitale fresco da destinare alla banche (gli stessi istituti che piazzavano le obbligazioni ad ignari clienti) per ridurre l’indebitamento contratto nei loro confronti. E le banche, anime candide, piazzavano in allegria quei junk bonds visto che, oltre ai soldi per l’intermediazione che si garantivano attraverso l’operazione di vendita delle obbligazioni, ottenevano anche un ritorno di denaro diretto da parte del gruppo esposto nei loro confronti. Speculazioni? Non proprio, visto che gli inquirenti hanno sequestrato dal computer portatile del genero di Cragnotti un file denominato “riepilogo” dai contenuti del quale risulta che il 53% del ricavato delle sette emissioni di bond Cirio, soprattutto quelle collocate nel 2001 e 2002, è stato usato per rimborsare le banche creditrici. Ma loro, i banchieri, non sapevano.
QUEI SOCI PIù SOCI DEGLI ALTRI
Ma non è tutto. Sempre leggendo le carte degli inquirenti scopriamo che tredici “amici” di Cragnotti si liberarono delle azioni ricevendo soldi dal gruppo Cirio, una distrazione da 350 milioni di euro, qualcosa come 700 miliardi di vecchie lire. Come? Semplice, basta ricostruire le modalità di liquidazione di 13 soci presenti fin dai tempi della fondazione della merchant bank (Cragnotti & Partners). Per consentire l’uscita dei soci, tra cui guarda caso alcune banche, la Montedison e persino una società del gruppo Parmalat, sono stati infatti usati fondi di società operative del gruppo Cirio. Dalle carte sequestrare a Cragnotti, si desume che quei fondi sottratti in favore delle parti correlate siano stati utilizzati dal patron come fondi per acquisire, con proprie società, le quote sociali del gruppo C&P. Una bella partita di giro, quindi, che vede protagonista principale l’onnipresente Cesare Geronzi con la sua Banca di Roma, oggi Capitalia. La ricostruzione della Procura dimostra che a pagare questi pacchetti azionari sono state spesso e volentieri società operative quali Cirio spa, Bombril Overseas, Cirio Holding. Fattispecie che investe in pieno l’uscita dal pool azionario di Banca di Roma, episodio particolarmente interessante che ha dato lo spunto per l’apertura del filone d’indagine Cirio che ha coinvolto il presidente dell’istituto di credito romano, Cesare Geronzi appunto, iscritto a dicembre nel registro degli indagati. All’epoca, tra il 2000 e il 2001, Banca di Roma International e Anarca (società di Cragnotti) tentarono un primo accordo di cessione del pacchetto di Bci: l’accordo saltò per renitenza dello stesso Cragnotti. Nel 2001 la sede estera di Banca di Roma girò alla casa madre quel pacchetto azionario: qui l’inghippo, visto che la successiva cessione dei titoli, avvenuta il 6 giugno 2002, si configurerebbe con il passaggio di azioni prive di valore perché la Bci era già stata liquidata. L’accordo su una somma di 17,5 miliardi vide riconoscere alla banca solo una prima tranche di 2,5 miliardi, somma mutuata dalla liquidità della Cisim Food (partecipata di Cirio Finanziaria e Banca di Roma). Il pagamento della somma residua, mai avvenuto, veniva però garantito con un’ipoteca sul castello di Gera d’Adda (di proprietà della Cirio Holding) e con un pegno di 14milioni di azioni Lazio calcio e su 188 milioni di titoli Cirio Finanziaria. Quindi, appare evidente a chiunque – e soprattutto ai magistrati – che il versamento di un prezzo (almeno i 2,5 miliardi, ma potrebbe esserci dell’altro) e la costituzione di garanzie patrimoniali a fronte dell’acquisto di azioni di una società nei fatti ormai inesistente – quindi senza alcun valore – rappresentano una distrazione di risorse della Cirio Holding a favore di Capitalia di Cesare Geronzi e a tutto danno della società stessa e dei suoi creditori.
DIETRO LE QUINTE DI UN DISASTRO
Negli anni ‘90 Cragnotti rimane invischiato nell’inchiesta per la maxi-tangente Enimont, da cui si tira fuori con un maxi-pattegiamento da 10 miliardi di lire. Ma, in seguito al dissesto del gruppo Ferruzzi, è costretto a liquidare Montedison dall’azionariato della C&P. Dopo l’uscita di scena della famiglia Ferruzzi, i nuovi presidente e amministratore delegato dell’ex impero chimico considerano la partecipazione del 32% nella C&P di Dublino (la società da cui allora discendeva il controllo del gruppo Cragnotti) un danno patrimoniale per la Montedison e chiedono immediatamente la liquidazione della quota azionaria. Ecco quindi comparire sulla scena la Abberly, una scatola vuota di Cragnotti nelle Channel Islands, che per 53 miliardi di lire rileva dalla Montedison il 32% della finanziaria dublinese incriminata. Al tutto vanno sommati altri 23 miliardi che Cragnotti paga a titolo di risarcimento: siamo a quota 78 miliardi, cui vanno sommati i 10 del patteggiamento. Per uscire indenne da Tangentopoli, quindi, l’ex manager Ferruzzi paga circa 100 miliardi di vecchie lire. A garantire con alcune fidejussioni l’intera somma è, come sempre, Banca di Roma. Almeno fino a quando le casse di famiglia non cominciano a languire sfiorando l’asfissia: per evitare disastri si impone di drenare fondi dalle società operative, Cirio e Bombril. Qualcosa di più di mera “finanza creativa” ma dalla Consob, l’autorità di vigilanza della Borsa, arrivano solo timidi richiami: va tutto bene.
TRA CALCIO E BILANCI, VALZER A DUE
Se poi adesso si apre il pentolone del calcio, con quelle strane plusvalenze fantasma frutto di scambi gonfiati tra società per coprire perdite di bilancio e quelle strane società di procurement che vedono riuniti nel nome del business i figli di Cragnotti, Tanzi, De Mita, Moggi e Geronzi allora ci sarà da ridere. Una semplice ricostruzione può essere utile a capire la portata del caso. Parma e Lazio, infatti, sono state protagoniste di operazioni decisamente disinvolte per lungo tempo tollerate da sindaci e revisori. I debiti crescevano ma anche questi venivano tollerati, questa volta dalle solite banche compiacenti. Come coprire certi buchi e certi ammanchi? Semplice, con vorticosi scambi di giocatori a valori di mercato gonfiati per tappare virtualmente i buchi di bilancio senza che i rispettivi presidenti mettessero in cassa una sola lira. Dal 1998 al 2003 la premiata ditta Tanzi-Cragnotti si è scambiata giocatori per una valore, solo sulla carta, di qualcosa come 400 miliardi di vecchie lire. Il Parma ha venduto alla Lazio Crespo, Sensini, Veron e Dino Baggio mentre sulla direttrice opposta si sono spostati Almeyda, Conceicao e Fuser: una partita di giro che ha garantito a Cragnotti di intascare soldi veri dalle cessioni di Veron al Manchester United e di Crespo all’Inter. Ma sotto la lente degli inquirenti ci sarebbero anche gli scambi da 31 milioni di euro tra Parma e Roma e quelli tra Tanzi e Luciano Gaucci, presidente del Perugia. Esiste un minimo comun denominatore fra tutte queste cessioni? Certo, sono avvenute sotto l’ala protettrice di Capitalia, che controlla ad esempio il 90% del pacchetto azionario del Perugia calcio ed ha pesanti interessi nelle altre società coinvolte.
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