Invece di straparlare di resistenza, dedichiamo il 25 aprile a Teheran

Di Reibman Yasha
20 Aprile 2006

Vigilia del 25 aprile. Due tesi a confronto. Da una parte in pochi vogliono limitare le commemorazioni a ciò che è avvenuto nel 1945, dall’altra chi prova ogni anno ad attualizzare il messaggio. Chi segue la prima strada è minoranza e teme le strumentalizzazioni, i più invece, non volendo passare la giornata al museo (o nell’indifferenza, come succede per le Cinque giornate di Milano), tentano di attribuire all’appuntamento un significato politico. Anno dopo anno, generazione dopo generazione, è quasi inevitabile che questo secondo approccio sia maggioritario. C’è chi, soprattutto nell’area più a sinistra, parla di Liberazione dal nazifascismo e meno si concentra sulla conquista della democrazia. A questi rispondono quanti, come radicali e Forza Italia, si recano ai cimiteri dei soldati alleati statunitensi e inglesi. L’Amerika salvò il nostro paese dagli uomini della Wehrmacht e sconfisse la Repubblica sociale, ma evitò anche che la Cortina di ferro arrivasse fino a San Remo. Alcuni sventolano la bandiera palestinese per far passare l’equazione “Israele = Nazismo”. Gli ebrei milanesi rispondono con i vessilli della Brigata ebraica, giovani ragazzi che dall’embrione dello Stato d’Israele vennero in Europa a combattere e morire con addosso la divisa inglese, mentre il gran muftì di Gerusalemme era alleato di Hitler. Oggi, la jihad nucleare alle porte, gli italiani in festa potrebbero issare tutti insieme la bandiera dell’Iran: una preghiera laica di speranza perché libertà e democrazia arrivino a Tehran.

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