IO UCCIDO LA CULTURA (MA NON L’INCASSO)

Di Tempi
20 Gennaio 2005
Io uccido sta viaggiando verso il traguardo di due milioni di copie vendute

«Io uccido sta viaggiando verso il traguardo di due milioni di copie vendute (senza contare la ristampa che ne ha fatto Repubblica)». E allora? Se Giorgio Faletti è «il più grande scrittore italiano vivente» (come raccontava una bizzarra copertina di Sette curata dal critico letterario Antonio D’Orrico) anche le ricette di nonna papera sono da Nobel della letteratura. è quanto suggerisce l’Espresso, che nel primo numero dell’anno affida a Carla Benedetti due belle paginette di articolata e ricca stroncatura, non soltanto della produzione falettiana, ma di quella che la Benedetti definisce «la fabbrica dei bestseller» e «industria del genocidio culturale». E che dire del «mondo della cultura italiana», accusato di «assistere in silenzio alla desertificazione»? Belle scoperte. Specie se vengono dalle colonne del magazine della sinistra italiana e chiama in causa quel circuito della critica letteraria il cui cuore, si sa, batte più nella Gad che nei pressi del Cav.
«Ma allora dove sono finiti i critici?». Bella domanda. «Fanno inventari di fine secolo, malinconici diversivi». Bella risposta. Domande e risposte, queste odierne su Faletti e sulla «miseria filosofica», per dirla con Marx, della critica letteraria politicamente corretta, su cui Tempi ragionava già nel novembre 2003 (n°45, quando l’intellighentsia di sinistra italiana andava a Parigi e a New York per denunciare «lo schiacciante potere di Berlusconi su cosa gli italiani pensano di pensare»).
L’Espresso ci è arrivato nel gennaio 2005. Congratulazioni. Non è mai troppo tardi. Resta però una domanda: ma chi beneficia degli utili di questa fabbrica di best-seller, genocida e desertificante la cultura italiana? Sono questi i dettagli che l’Espresso non spiega. Solo per il falettiano Io uccido, pare infatti che l’editore Baldini Castoldi Dalai (uno dei maggiori protagonisti e finanziatori dell’operazione rilancio dell’Unità furiocolombiana) abbia incassato qualcosa come una quindicina di miliardi di utili in vecchie lire (senza contare, naturalmente, i denari venuti dalla pubblicità, ristampa e distribuzione nelle edicole in abbinata con l’editoriale Repubblica-Espresso).
«Ma allora, dove sono finiti i critici?». Ma benedetta Benedetti, probabilmente dove sono finiti i soldi, no?

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