IO UCCIDO LA CULTURA (MA NON L’INCASSO)
«Io uccido sta viaggiando verso il traguardo di due milioni di copie vendute (senza contare la ristampa che ne ha fatto Repubblica)». E allora? Se Giorgio Faletti è «il più grande scrittore italiano vivente» (come raccontava una bizzarra copertina di Sette curata dal critico letterario Antonio D’Orrico) anche le ricette di nonna papera sono da Nobel della letteratura. è quanto suggerisce l’Espresso, che nel primo numero dell’anno affida a Carla Benedetti due belle paginette di articolata e ricca stroncatura, non soltanto della produzione falettiana, ma di quella che la Benedetti definisce «la fabbrica dei bestseller» e «industria del genocidio culturale». E che dire del «mondo della cultura italiana», accusato di «assistere in silenzio alla desertificazione»? Belle scoperte. Specie se vengono dalle colonne del magazine della sinistra italiana e chiama in causa quel circuito della critica letteraria il cui cuore, si sa, batte più nella Gad che nei pressi del Cav.
«Ma allora dove sono finiti i critici?». Bella domanda. «Fanno inventari di fine secolo, malinconici diversivi». Bella risposta. Domande e risposte, queste odierne su Faletti e sulla «miseria filosofica», per dirla con Marx, della critica letteraria politicamente corretta, su cui Tempi ragionava già nel novembre 2003 (n°45, quando l’intellighentsia di sinistra italiana andava a Parigi e a New York per denunciare «lo schiacciante potere di Berlusconi su cosa gli italiani pensano di pensare»).
L’Espresso ci è arrivato nel gennaio 2005. Congratulazioni. Non è mai troppo tardi. Resta però una domanda: ma chi beneficia degli utili di questa fabbrica di best-seller, genocida e desertificante la cultura italiana? Sono questi i dettagli che l’Espresso non spiega. Solo per il falettiano Io uccido, pare infatti che l’editore Baldini Castoldi Dalai (uno dei maggiori protagonisti e finanziatori dell’operazione rilancio dell’Unità furiocolombiana) abbia incassato qualcosa come una quindicina di miliardi di utili in vecchie lire (senza contare, naturalmente, i denari venuti dalla pubblicità, ristampa e distribuzione nelle edicole in abbinata con l’editoriale Repubblica-Espresso).
«Ma allora, dove sono finiti i critici?». Ma benedetta Benedetti, probabilmente dove sono finiti i soldi, no?
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!