Irina Alberti e quell’amicizia con i ragazzacci del Sabato

Di Frangi & Stolfi
19 Aprile 2000
Senza ombrello sotto il temporale

Due cose abbiamo saputo di Irina Alberti in questi giorni di commemorazioni, dopo la sua morte improvvisa: che era amica e confidente del Papa e lo era anche di Boris Eltsin. Vorremmo aggiungerne una terza, e scusateci l’impudenza: era nostra amica. La cosa è di scarsissimo peso storico, ma ha invece una grande importanza per capire chi era Irina Alberti. L’abbiamo conosciuta nei lunghi anni di collaborazione per Il Sabato: era stata lei a portare agli inizi, alcune esclusive con Solzenicyn (allora esule nel Vermont) che erano state riprese da tutta la stampa mondiale e che avevano aiutato il giornale a farsi conoscere. Già si vedeva che era un tipo generoso: avrebbe potuto girare quelle esclusive a qualsiasi giornale americano, e invece, per amicizia, aveva preferito un piccolo giornaletto italiano. Con il passare degli anni, amicizia e collaborazioni si sono infittite. Andavamo spesso a Parigi in quell’incredibile ufficio di Faubourg Saint-Honoré, dove lei raccontava con grande libertà i problemi e i drammi umani con cui ogni giorno aveva a che fare. I litigi tra i grandi nomi della dissidenza, l’ostinazione di Siniavskij a vivere in Occidente senza però imparare una sola parola di una lingua occidentale, la testardaggine di Solzenicyn, le follie di Zinoviev, gli alti e bassi di Ginzburg. Li amava tutti Irina, ma non li idolatrava mai. Li aiutava a trovare spazio sui giornali, a pubblicare i libri, a tessere relazioni. Con incredibili escamotage riusciva a farli circolare anche in Russia, nei tempi bui. In Italia intanto Il Sabato cresceva. E usciva dagli schemi, anche clamorosamente. Non era più il giornale “anticomunista tutto d’un pezzo”, si prendeva tante libertà nei confronti di tutti. Lei osservava, si stupiva, talora non capiva, ma restava sempre vicina, come un’amica, innanzitutto affezionata e poi eventualmente critica. Il Sabato apriva a Craxi, e mentre tutto il mondo cattolico storceva il naso, lei seguiva (e capiva) entusiasta. Il Sabato criticava l’euforia dell’89, lei capiva meno, dialettizzava, chiedeva perché, ma poi te la trovavi sempre al tuo fianco. Il Sabato ingaggiava la battaglia antipelagiana, scandalizzando destra e sinistra ecclesiastica: ma lei leggeva con attenzione, chiedeva, domandava, alla fine la sentivi sempre convinta. Quando la copia del Sabato le arrivava a Parigi, telefonava regolarmente. E sapevi che quella telefonata era tempo tolto ai mille che in quel momento bussavano alla sua porta, alle telefonate che le arrivavano da ogni angolo del mondo, che fossero di qualche disperato dissidente, o di qualche spione pronto a tenderle una trappola. Fisicamente ti faceva tenerezza, perché non riuscivi mai a capire dove una donna così, con il volto dolce di una nonna, potesse trovare l’energia e la prontezza di riflessi per vivere su cento fronti e spostarsi in continuazione. Questa era per noi Irina Alberti: una persona dolce, colpita dalla stessa cosa che aveva colpito noi, che in forza di quello stupore non riusciva mai a staccarsi dai ragazzacci del Sabato, anche quando la prendevano in contropiede. Per questo Irina ci resta nel cuore.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.