Islamici adulti

Di Emanuele Boffi
19 Ottobre 2006
Se ancora non s'è messa fine alla vicenda della "non scuola" di via Quaranta è merito degli ambienti cattolici ulivisti milanesi

Perché il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi ha chiuso la scuola di via Ventura? La vicenda inizia quindici anni fa, in un’altra via della città, via Quaranta. In uno stabile, da tre lustri, su iniziativa del centro Fajr, erano stati sottratti all’obbligo scolastico circa 500 bambini di età compresa tra i sei e i dodici anni. Solo grazie a un articolo sul Corriere della Sera di Magdi Allam e all’ostinazione dell’allora assessore comunale all’Infanzia Bruno Simini, si riuscì, dopo sfibranti trattative, a convincere la maggior parte della famiglie egiziane ad iscrivere i propri figli nelle scuole pubbliche italiane. Nel mezzo di quelle denunce ci fu anche la decisione dell’allora prefetto Bruno Ferrante di chiudere lo stabile di via Quaranta per motivi igienico-sanitari. Da quell’esperienza illegale è risorta quest’anno la nuova scuola di via Ventura, intitolata a Nagib Mahfuz, che però l’attuale prefetto ha ritenuto di dover di nuovo bloccare. Perché? Perché se, come dicono i promotori, tutto è in regola? Perché tutto in regola non è, come ha ribadito il ministro dell’Istruzione pubblica Beppe Fioroni. E perché, paradossalmente, esistono atteggiamenti irresponsabili da imputare maggiormente ad un certo mondo cattolico progressista che non agli stessi quarantini.
Da un certo punto di vista, i rappresentanti dei genitori egiziani non hanno mai finto di volersi integrare. L’imam Abu Imad, direttore della moschea di viale Jenner da cui era nata l’esperienza di via Quaranta, quando fu scoperta la madrassa pretese persino di essere ringraziato: «Nessuno considera il ruolo che ha svolto per la città e per centinaia di famiglie, togliendo un peso alle istituzioni». E dopo che la scuola di via Ventura ha riaperto senza le carte in regola, è tornato a congratularsi perché, finalmente, «venivano riconosciute le ragioni altrui». Quel che risulta singolare – e che i quotidiani italiani non hanno ritenuto degno di nota – è che, quest’ultima dichiarazione, l’imam l’ha fatta a margine della prima udienza del processo che lo vede imputato, davanti ai giudici della prima Corte d’Assise, per associazione a delinquere con finalità di terrorismo.

Una serie infinita di pasticci
Dopo che via Quaranta fu chiusa, nacque Insieme, associazione che raccolse lo zoccolo duro dei quarantini. L’ente ha come presidente un egiziano di passaporto italiano, Mahmoud Othman, genitore di due bambini che frequentavano via Quaranta e che, proprio per il fatto di aver speso dure parole in difesa della madrassa, è stato espulso nel 2005 dall’Aie (Associazione italo-egiziana). Accanto a lui si muovono personaggi che hanno in comune l’estrazione cattolica e di sinistra e che, già prima di costituire Insieme, avevano collaborato con via Quaranta. Come Lidia Acerboni, un’ex insegnante in pensione, ex ciellina e ora preside dell’istituto di via Ventura. Acerboni ha collaborato in passato anche col Cisem, un ente della Provincia di Filippo Penati che promosse negli anni scorsi iniziative poi naufragate con i responsabili della madrassa. La preside ha spiegato all’Unità che, bussola del suo impegno, è una «pura passione civile» sebbene abbia ammesso di non conoscere l’arabo (fatto di non poca entità per chi voglia dirigere una scuola straniera. In una recente comunicazione del direttore scolastico regionale Mario Dutto si ricorda che il management deve avere «documentata conoscenza della lingua d’insegnamento utilizzata dalla scuola»).
Acerboni, dopo la chiusra di via Quaranta, ha partecipato con il portavoce dell’Ulivo milanese Sandro Antoniazzi, pur non avendone i titoli necessari, a tutti i tavoli di trattative che hanno provocato solo continui stalli all’inserimento dei bambini egiziani negli istituti italiani. Antoniazzi, una vita nella Cisl lombarda, collaboratore dell’ex arcivescovo Carlo Maria Martini, fa anch’egli parte di Insieme, anche se in posizione più defilata. Ciò dipende dal fatto che l’anno passato combinò una serie infinita di pasticci che l’hanno screditato agli occhi delle autorità. Il 5 ottobre 2005 dichiarò ai quotidiani di aver ottenuto dei locali in via Ariberto in cui, «nel giro di qualche giorno», sarebbe partita una scuola privata autorizzata. Grazie all’intervento dell’associazione Risvegli e alla concessione da parte della Fondazione Mantegazza di proprie aule, sarebbe stato possibile «aprire la scuola». Così la mattina, ma la medesima sera il presidente della Fondazione gelò Antoniazzi negando di aver mai messo a disposizione alcunché. Di Risvegli è responsabile Pietro Farneti, anch’egli uno dei promotori di Insieme e che già, per altri progetti, aveva collaborato con i rappresentanti del centro Fajr.

L’identità italiana? Non esiste
Come riuscirono gli amici dei quarantini a presentarsi ai tavoli delle trattative pur non avendone i titoli? Sono più che sospette certe aperture di credito dell’allora prefetto Ferrante che, nel giro di poche settimane, mutò il proprio fermo diniego in una più accomodante accondiscendenza verso le loro istanze. Era il periodo in cui gli fu proposta dal centrosinistra la poltrona di sindaco.
Oggi, Insieme gode della collaborazione di altri e importanti personaggi gravitanti nell’orbita ulivista. In primis, il presidente emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida, legale dell’associazione, che ha spinto a forzare la mano e a aprire la Mahfuz in base a un cavillo burocratico riguardante la normativa sulle scuole straniere. Così non è stato, perché, come ha ben spiegato Dutto sul Corriere della Sera il13 ottobre (lettera dal significativo titolo “Quei modi che ricordano la scuola di via Quaranta”) è «arduo pensare di progettare una scuola bilingue che non è né una scuola italiana né una scuola egiziana; è straniera a tutti gli ordinamenti». Il proprio assenso all’iniziativa è stato dato anche da Susanna Mantovani, preside della Facoltà di Scienze della formazione all’università Bicocca di Milano. La Mantovani dirige un comitato scientifico che garantisce la bontà dei programmi presentati da Insieme. I primi contatti fra l’associazione e la professoressa risalgono all’anno scorso, durante il periodo in cui la preside difese l’esperienza di via Quaranta. Durante un convegno organizzato il 22 novembre dalla rivista Reset, la Mantovani spiegò di ritenere corretto che le scuole italiane, per integrare i ragazzi islamici, prevedessero classi per sole ragazze, testi differenziati secondo il sesso, lezioni di educazione fisica separate. In quell’occasione, attaccando l’altro relatore del convegno Magdi Allam, la Mantovani si spinse fino a sostenere che non esisteva alcuna «identità italiana».
Chi, invece, ha preso con forza le distanze sia da via Quaranta sia da via Ventura è Paolo Branca, docente di Lingua e letteratura araba all’università Cattolica di Milano. Branca aveva collaborato con Acerboni e il centro Fajr ma, dopo una serie di litigi, ha spiegato in più occasioni la sua contrarietà alle nuove iniziative: «La scuola di via Ventura è un assurdo pedagogico».

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