Islamofobi noi o furbastri loro?
Mentre Repubblica può permettersi il lusso di andare in Danimarca «nella città ostaggio dell’islamofobia» (e a Trebisonda un prete non può più nemmeno pregare in chiesa perché finisce sotto le pallottole della malaeducación islamista), comincia finalmente a farsi strada la verità sulle famose vignette blasfeme. E la verità è che danesi e norvegesi sono eroi e vittime per caso di un odio e di un fanatismo che è tutto fuorché spontaneo e motivato dalla sensibilità religiosa dei musulmani. Sappiamo ormai da diversi tasselli di cronaca messi insieme in questi giorni (vedi qui le interviste al vicepresidente del Parlamento europeo e all’islamologo Samir, pagine 12 e 13) che le violente manifestazioni di protesta inscenate in tutto il mondo dai musulmani sono state pianificate e orchestrate ad arte. Da chi? In Occidente dagli imam di cui Magdi Allam ci fornisce ogni giorno nomi e indirizzi, enti di copertura, madrasse e moschee da cui dirigono i loro traffici monetari, le loro attività di proselitismo e di indottrinamento degli aspiranti giovani “martiri”. In Indonesia e in Pakistan dai soliti qaedisti di Jamaat islamia, quelli per cui, vignette o non vignette, rientra già nella “normale” attività “religiosa” l’andare in giro a bruciare bandiere, mettere autobombe, tagliare la gola all’infedele. In Siria e in Iran si capisce che il fuoco alle ambasciate è affare di Stato, regolato da agenti provocatori e pasdaran. In Libano basta leggere la lista degli arrestati (per la maggior parte siriani e palestinesi) per capire chi ha pianificato gli assalti alle ambasciate e ai quartieri cristiani di Beirut. In Palestina, gli assalti ai centri culturali francesi e alla sede dell’Unione Europea sono stati guidati dai militanti di Al Fatah, guarda caso proprio nei giorni in cui sono spariti 700 milioni di dollari dalle casse dello Stato palestinese e altri 600 milioni ne reclamano a Bruxelles i nuovi governanti di Hamas.
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