Isolamento con piscina
Nicosia
Non ci sono più i carriarmati della mezzaluna dall’altra parte di Lidras Street o davanti alla chiesa di San Giorgio. Oggi il nulla fatiscente della ghost city, la città fantasma, piantata nella buffer zone, la zona cuscinetto che corre lungo la linea di demarcazione (o “Attila line”), il pezzo di città abitato solo da 910 caschi blu è ancora intatto. Fermo nella caligine di 33 anni sospesi nella più artefatta immobilità. Vero è che, da tre anni a questa parte, anche a Nicosia ci sono un paio di Check Point Charlie e un posto di frontiera che consente il libero movimento delle persone (ma non delle merci) dal nord al sud dell’isola, e viceversa. Ma di notte, nel labirinto di viuzze che si dipana nei pressi dell’innaturale confine fatto di edifici cadenti e negozi con le serrande abbassate da trentatré anni, trovate svegli tutt’al più qualche annoiato soldato di piantone e le solite signorine che svolgono il mestiere più antico del mondo. Pensi che da un momento all’altro uno Jena Plissken possa sbucare dalle macerie e puntarti addosso il cannone? Sbagli di grosso, amico. In realtà hai solo visto un vecchio film e il reticolo urbanistico in cui ti trovi è solo un vecchio spazio architettonico che non fa più paura a nessuno. Tanto che all’estremità orientale di quella barriera, le ristrutturazioni eleganti e le magnificenze floreali che ornano le antiche case di origine ottomana e veneziana testimoniano che da molti anni il Muro è solo un simbolo teatrale. E una ferita reale. Il simbolo dell’ultima capitale d’Europa divisa in due. La ferita all’integrità di una nazione che dal primo maggio 2004 è diventata a tutti gli effetti membro dell’Unione Europea.
Repubblica di Cipro. Ultima isola del Mediterraneo, a cavallo tra Asia, Medio Oriente e Africa. Mettetevi nei panni di un suo abitante: siete cittadini d’Europa ma un terzo del vostro Stato è sotto occupazione militare di un altro Stato. La Turchia. Che a sua volta reclama un posto nell’Unione. È come stare, poniamo, in una Repubblica di Sicilia, indipendente e internazionalmente riconociuta, con il triangolo Messina-Catania-Palermo occupato da 47 mila soldati stranieri, schierati “a protezione delle minoranze”. Benissimo. Ma come si coniuga il protettorato turco con l’attività di spoliazione delle proprietà dei greco-ciprioti rifugiati al sud? Come si spiegano le campagne di turchizzazione forzata, il cambio della toponomastica, la cancellazione della memoria storica, la sistematica demolizione delle chiese, il commercio illegale di icone bizantine, insomma, la distruzione del patrimonio storico, culturale, religioso di un popolo? Eppure i fuochi di guerra civile sono spenti da decenni. Non esiste più nessun problema di convivenza tra la comunità turca e quella greca. Quale ostacolo si frappone ancora alla pacifica riunificazione dell’isola? I turchi sostengono che bocciando con il referendum del 2004 il cosiddetto Piano Annan, un malloppo onusiano di 9 mila pagine, i greco-ciprioti si sarebbero dati la zappa sui piedi. Ma come si fa a dare torto a gente che avrebbe dovuto acconsentire alla definitiva perdita delle sue proprietà e accettare l’idea di una democrazia fondata sulla divisione in quote etniche? In effetti le due grandi novità del Piano Annan erano: primo, forti limitazioni al ritorno nel nord da parte dei rifugiati greco-ciprioti (con la conseguente perdita dei beni); secondo, un Senato federale suddiviso in quote etniche uguali. Difficile immaginare che avrebbe potuto funzionare. Ciononostante l’Europa, rammaricata per la bocciatura del Piano, ha ritenuto opportuno stanziare 259 milioni di euro «per porre fine all’isolamento della comunità turco-cipriota». E oggi che risulta ancora inapplicata la condizione posta ad Ankara di aprire gli scali turchi alle navi della repubblica cipriota membro dell’Unione, la presidenza europea di turno conferma che il prossimo 26 giugno Bruxelles darà il via libera all’apertura di tre nuovi capitoli negoziali con la Turchia.
Monasteri diroccati e case vacanze
Va bene. Andiamo a far visita «all’isolamento turco-cipriota». E ai coloni venuti dagli affollati altipiani dell’Anatolia a cercare un po’ di pace in Kuzey Kibris Türk Cumhuriyeti (Repubblica Turca di Cipro Nord). Intanto per entrare in uno “Stato” che non è riconosciuto da nessun altro paese al mondo se non dalla Turchia, bisogna fare il visto e pagare un dazio. Intanto anche l’italica Tim si adegua inviandoti in automatico il messaggino “Benvenuto in Turchia”. Intanto la nostra scampagnata oltre cortina viene battezzata da uno striscione benaugurante: “Sono felice di essere turco”. Ma c’è anche, sul retro dello stesso striscione, un bell’inno pacifista: “Pace a casa, pace nel mondo”. Poi il paesaggio si fa normale. Anzi, inebriante. Ovunque dominano i segni di una fresca e frenetica urbanizzazione. Ai primi palazzi stile realismo socialista seguono villette a schiera di ottima fattura. Cantieri aperti, supermercati, centri commerciali. Nemmeno la Volkswagen ha disdegnato piantare qui le sue tende. E il suo logo illumina i commerci della prateria.
Solo il nostro accompagnatore, Ioannis Eliades, direttore del museo e della galleria d’arte bizantina di Nicosia, non si lascia trasportare dall’atmosfera di bella laboriosità che si respira in questo Nord. Si capisce, il primo paese che incontriamo si chiamava Trachoni, adesso si chiama Demircan, e la sua casa, quella in cui non potrà probabilmente tornare mai più, è semidiroccata. Quella degli zii è occupata da famiglie a lui straniere. «Vede, noi non chiediamo di ascoltare la nostra propaganda, noi chiediamo di venire a vedere». In effetti la chiesa di Trachoni è a pezzi e il cimitero è sventrato. E nel secondo villaggio che incontriamo una grande cattedrale ortodossa è stata trasformata in moschea. Arrampichiamo sulle montagne del Pentadattilo. A nord di Agios Chariton la chiesa di Antifonitis è spoglia, gli affreschi del XII secolo sono stati staccati con poca perizia e l’iconostasi è stata divelta con altrettanta noncuranza. Isolato nel cuore della montagna è il monastero armeno-cattolico di San Makar. È adibito ad area picnic e l’unico edificio non fatiscente è un improbabile caffè. Non c’è strada per raggiungere la chiesa del XIII secolo della Vergine Melandrina. Ci si arriva immergendosi nella vegetazione e spostando gli arbusti che coprono le porte. Non c’è chiesa, quand’anche non fosse stata ridotta a magazzino o a cumulo di rovine, che non sia stata spogliata di tutto. Quel che racconta la propaganda greco-cipriota è tutto vero, purtroppo. E purtroppo ha ragione quel mangiapreti di Christopher Hitchens: «Si scrive di Cipro con sentimenti di pena e ancor di più – molto di più – di rabbia».
Campi da golf e 400 posti barca
Nelle due basi militari inglesi di Akrotiri e Dhekelia, che sono ovviamente sotto sovranità britannica e coprono il 3 per cento del territorio cipriota, il cosiddetto sistema di sorveglianza globale Echelon vede e origlia il flusso di comunicazioni, dicono a Nicosia, dalla Cina all’Italia. E allora com’è che nemmeno gli impresari di Echelon si accorgono della cementificazione che sta divorando la costa nordcipriota di Kyrenia? Come mai les anglais, che sono così ecologisti e legali a casa loro, e che a Cipro sembra abbiano l’unica ambasciata con doppia entrata (una per l’unica Repubblica riconosciuta, l’altra per quella filoturca), non sentono le ruspe che sui terreni altrui edificano case e villaggi in quantità spropositata? Prendete Agios Amvrosios, Sant’Ambrogio, il borgo che la pulizia toponomastica turca ha ribattezzato Esentepe, dove ci si trova rapiti dalla vista di decine di ville, tutte rigorosamente con piscina, che sorgono come funghi in una vasta area che va dalle pendici della montagna al mare. Cosa ha da dirci in proposito il writer della società inglese “Amberland, la casa degli investitori immobiliari professionisti”? «Coloro che vogliono mettere a profitto le loro proprietà stanno comprando a Esentepe. Dove sta sorgendo un campo internazionale di golf e sono stati pianificati 400 nuovi posti barca». Vai a spiegare, poi, all’Europa, «l’isolamento della comunità turco-cipriota».
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