Israele e vaticano, clima di disgelo
Dopo lo storico Accordo Fondamentale con la Santa Sede e un decennio di trattative bilaterali, improvvisamente, un anno fa, Israele si ritirava dal tavolo negoziale. Poi, a sorpresa, l’estate ha portato consiglio. Così, settimana scorsa, il ministro dell’Interno israeliano Avhram Poraz ha ufficializzato il nuovo clima di distensione tra Israele e Santa Sede con un viaggio in Vaticano. Poraz ha incontrato il segretario di stato Vaticano cardinale Angelo Sodano e il segretario per i rapporti con gli stati monsignor Giovanni Lajolo, offrendo loro rassicurazioni sia sulla questione dei visti diplomatici (che ha causato seri disagi alla presenza dei religiosi cattolici in Israele), sia sulla ripresa dei negoziati. Come si spiega la repentina “conversione” israeliana? Secondo David Jaeger, il maggior specialista delle relazioni tra Stato e Chiesa in Israele, ci sarebbe di mezzo lo zampino americano. Raggiunto da Tempi nella sua residenza a Tel Aviv, Jaeger spiega: «Bisogna ringraziare anche gli Stati Uniti. Quando Sharon è andato a Washington, il 14 aprile scorso, si è sentito dire dal presidente americano che gli Stati Uniti auspicavano un rapido ritorno di Israele al tavolo delle trattative con la Santa Sede. E non soltanto il presidente Bush ha fatto pressioni in questo senso. Conosciamo membri autorevolissimi del Congresso americano che si sono dati da fare nella stessa direzione. Ora i negoziati sono ripresi, e questo è positivo». Il prossimo round tra Israele e Santa Sede è previsto per metà ottobre. Quali sono i problemi sul tappeto? «La questione dello statuto fiscale della Chiesa e il problema della giurisdizione sui casi di contenzioso che coinvolgono beni e proprietà ecclesiastici in Israele». Sul primo punto, dice Jaeger, «è essenziale il ripristino del regime di esenzioni fiscali precedente la legge lampo con cui, nel 2002, il governo israeliano ha introdotto una normativa che impone agli enti ecclesiastici il pagamento di un terzo dell’imposta. L’altro, se non fosse serio sarebbe buffo. Si tratta di una legge che sottrae alla giurisdizione dei tribunali le proprietà religiose. Ciò significa che qualora ci fosse una contenzioso su una chiesa, cappella, monastero, convento, cimitero, la decisione sarebbe riservata ai politici. A dire il vero questa legge risale al 1924 e, pur non essendo mai stata abrogata, di fatto non sembrava poter trovare applicazione nella nuova realtà giuridica di Israele. Tale legge aveva senso agli inizi del secolo scorso, quando, dopo la fine della Prima Guerra mondiale e con la contesa sui luoghi santi ancora aperta, era ragionevole che il governo britannico non accettasse che fosse un qualsiasi giudice a decidere controversie storiche. Ma adesso queste condizioni sono superate. Oggi i luoghi santi sono soggetti al regime di status quo. Israele e Santa Sede hanno siglato un Accordo Fondamentale. Sotto l’autorità israeliana restano soltanto il Santo Sepolcro, la tomba della Vergine e la chiesa dell’Ascensione, mentre la basilica della Natività è in Palestina. Tutti gli altri luoghi santi sono proprietà della Chiesa cattolica. Il che significa che sono proprietà private a tutti gli effetti. Quindi, nei casi di controversia, ci si deve regolare secondo la legge e i tribunali israeliani. Noi non chiediamo tribunali speciali, chiediamo ciò che è ovvio in qualsiasi paese occidentale, cioé che l’Accordo garantisca alla Chiesa cattolica di potere ricorrere ai tribunali civili a tutela delle proprie proprietà, come è diritto di qualunque titolare di beni immobili». Questi sono i due problemi cruciali. «Risolti questi – assicura Jaeger – il processo negoziale sarà tutto in discesa».
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