Israele, Palestina. La paralisi della libertà
Nell’agosto dello scorso anno avevamo raccontato una facile profezia: la vittoria di Ariel Sharon, salutata con sorprendente ottimismo anche da Yasser Arafat, avrebbe riportato indietro le lancette della storia. D’altra parte il laburista Ehud Barak ce l’aveva messa tutta per apparire debole e irresoluto. Sul fronte interno le condizioni di sicurezza in Israele regredivano nonostante i walzer con la diplomazia clintoniana. Su quello esterno gli accordi di Oslo restavano poco più che formali promesse, mentre i palestinesi registravano l’intensificarsi della penetrazione delle colonie ebraiche nei territori occupati. Poi venne la schiacciante vittoria elettorale di Ariel Sharon e scoppiò la sanguinosa Intifada palestinese. Così, da sei mesi, Israele e territori sono teatro di un conflitto tecnicamente “a bassa intensità”, ma dagli effetti umani e politici sempre più devastanti. Hanno un po’ il sapore dell’ipocrisia le analisi che ancora si soffermano a elencare le ragioni e i torti dell’una e dell’altra parte. È evidente che Israele ha firmato accordi fondati sul principio realistico della “pace in cambio di territori”, ma è altrettanto evidente che, realisticamente, a causa della fortissima resistenza dei religiosi e dei coloni ebrei, l’attuale governo non ha alcuna intenzione di dare seguito compiuto a tali accordi. Comprensibile dunque l’enorme delusione nel campo palestinese. Ingiustificabile invece, o giustificabile solo con l’uso della religione come speculazione sulla disperazione dei popoli, l’educazione dei giovani a vivere nell’odio totale del “nemico ebreo”. È vero che, in paragone al confuso e molle uomo occidentale, gente che tutte le mattine esce di casa senza sapere se la sera rivedrà la madre, il figlio, il fratello, è un tremendo giudizio e, Dio non voglia, una profezia di cosa può accadere quando il rancore cieco prende il sopravvento sulla responsabilità e l’educazione di un popolo. Ma niente è più tragico che assistere impotenti alla paralisi della libertà umana. Perché, infine, la questione tanto impolitica quanto umanamente sostanziale è che la pace è una direzione che si intraprende per decisione degli uomini. Questo ci insegnò il grande gesto di Rabin, l’uomo che nessuno in Israele credeva avrebbe stretto la mano al nemico Arafat e che invece, contro il suo carattere ruvido e schivo, prese il suo popolo e lo condusse sul punto di una svolta storica. Oggi, l’attuale primo ministro israeliano dice di non credere più alla dottrina che egli predicava negli anni Settanta. In realtà agisce come se fosse ancora convinto che «i palestinesi hanno già uno stato, si chiama Giordania». Per questo a Gerusalemme si dice che la situazione è in un vicolo cieco e che tale condizione di tragico management del conflitto è destinata a durare per i prossimi due-tre anni. Sarebbe una situazione analoga a quella conosciuta dalla Palestina negli anni ‘50-‘60, quando all’indomani della vittoriosa guerra di indipendenza ebraica, alle incursioni di feddayn palestinesi seguivano le azioni di rappresaglia dei commando israeliani (guidati proprio dall’attuale primo ministro), che durarono fino all’esplosione del conflitto mediorientale del ’67. Certo, oggi gli Usa non permetteranno che il conflitto divampi in guerra aperta. E la Siria senza l’Egitto non si muoverà. Ma come scriveva vent’anni fa un brillante inviato del New York Times, Israele deve ancora decidere se essere una Francia ebraica o una portaerei in attesa del messia.
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