Italia alla mercè dei neo-nazionalisti
Paolo Francesco Fulci è un ambasciatore in pensione, che di lavoro fa il vicepresidente della Ferrero International, ma dall’amarezza con cui commenta le sconfitte della diplomazia italiana all’Onu e l’approssimarsi minaccioso di nuove retrocessioni, si capisce che vorrebbe tanto essere ancora sul campo di battaglia a dare il suo contributo. «Qua ci riducono a polpette, per 100 anni non conteremo nulla, glielo assicuro», dice a commento della notizia che la candidatura di Brasile, Germania, Giappone e India ad un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Cds) sta facendo grandi progressi, con grande scorno dell’Italia. Il punto è che quando a rappresentare il nostro paese all’Onu c’era lui, queste manovre erano sempre state battute, grazie ad un’abilissima politica di alleanze. Che Fulci sia stato una specie di Maradona della diplomazia è certo, se persino un mastino come Madeleine Albright, prima ambasciatore Usa all’Onu e poi segretario di Stato dell’amministrazione Clinton, ha scritto di proprio pugno su di una fotografia che li ritrae assieme: «La tua diplomazia è una leggenda». La diplomazia di Fulci era fondata sul motto evangelico «lasciate che i piccoli vengano a me», cioè sulla capacità italiana di seduzione dei paesi medi e piccoli, i quali scoprirono nel “Coffee Club” creato dal nostro ambasciatore i vantaggi e l’efficienza di una vera lobby. Narra la leggenda che i successori di Fulci pensarono bene di dare una svolta a quella politica, giudicata poco confacente al vero rango dell’Italia. «Basta con la politica di Fulci di correre appresso agli straccioni, l’Italia è un grande paese e deve quindi dialogare coi grandi paesi», avrebbero più o meno detto. Al che Fulci avrebbe mandato a dire: «Aspettatevi grandi calci nel sedere». Che è poi quel che accadde: il rapporto coi piccoli paesi, che sono la maggioranza dei membri dell’Onu, si sfilacciò, e alle elezioni del 2000 per i posti di membri temporanei del Cds Irlanda e Norvegia furono preferite all’Italia.
La diplomazia non è come il calcio, dove il campione che ha appeso le scarpette al chiodo può decidere, a furor di popolo, di tornare a calcare l’erba degli stadi. Non è nemmeno come la storia romana, dove un Cincinnato può sempre essere richiamato dalla riserva per ribaltare le sorti della battaglia. Fulci può solo cercare di spiegare in cosa molti (non solo in Italia) stanno sbagliando e cosa si può ancora fare per rimediare. È quello che ha fatto in esclusiva per Tempi, con un’intervista molto poco diplomatica.
Ambasciatore, quando rappresentava l’Italia all’Onu lei ha lavorato strenuamente per impedire una riforma del Cds contraria agli interessi dell’Italia e dell’europeismo. Perché oggi il pericolo si ripresenta?
La riforma del Cds è una foglia di fico. Col pretesto di rendere il Consiglio più rappresentativo ed efficace, i paesi di quattro continenti – Germania, Giappone, Brasile e India – mirano in realtà ad accrescere il loro status internazionale, unendosi ai cinque attuali membri permanenti del Consiglio (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia). Per l’Africa il discorso è più complesso, perché gli africani non accettano che alcuno di essi possa acquisire una sorta di egemonia sugli altri e hanno concordato di “ruotare” sul seggio permanente – anzi essi ne vorrebbero due – che dovrebbe essere assegnato al loro continente. Non è la prima volta che i quattro “pretendenti” tentano la scalata all’Olimpo onusiano. Ci provarono fra il 1996 e il 1998, quando al Palazzo di Vetro fu combattuta una dura battaglia diplomatica. Le Nazioni Unite si spaccarono in due: da un lato coloro che sostenevano i “pretendenti”, e fra questi i paesi più potenti della terra, dall’altro l’Italia, fondatrice del cosiddetto “Club del caffè” insieme a numerosi paesi medi e piccoli. Lo showdown avvenne nel novembre ’98 su di una questione procedurale: si trattava di decidere se per iniziare l’iter per l’ampliamento del Consiglio si dovesse votare in base all’art. 18 dello statuto (cioè a maggioranza dei due terzi dei presenti e votanti) oppure in base all’art. 108 (cioè a maggioranza dei due terzi dei paesi membri dell’Onu). La differenza non era da poco, perché nel primo caso per vincere sarebbe bastato il voto di soli 70-80 paesi su 191 che oggi compongono le Nazioni Unite; mentre in base all’art. 108 sarebbero occorsi 128 voti. Con gli alleati decidemmo di forzare i tempi presentando per primi un progetto di risoluzione che prevedeva l’applicazione dell’art. 108. I “pretendenti” risposero subito con un emendamento, volto a far applicare invece l’art. 18. Combattemmo tutti con grande foga. Si poteva vincere o perdere anche per un solo voto. Alla fine l’Italia e i suoi alleati vinsero clamorosamente quella battaglia, tanto clamorosamente che gli oppositori, pur di non farsi contare e rivelare così la loro debolezza, ritirarono l’emendamento e votarono insieme a noi la nostra risoluzione, che fu quindi approvata all’unanimità dall’Assemblea generale.
Pensai all’epoca che potevamo stare tranquilli per una decina d’anni: avevamo eretto una diga – 128 voti – che sembrava invalicabile. Invece ecco che dopo solo sei anni ci provano ancora. Evidentemente ritengono di avere conquistato gli appoggi necessari a superare quella soglia. Sospetto che nel frattempo abbiano copiato quella politica di charme verso i paesi medi e piccoli che fu dell’Italia negli anni Novanta, e che le consentì di vincere 27 competizioni elettorali su 28 (la sola perduta, all’Ecosoc, lo fu per un solo voto).
In Germania, in campagna elettorale Spd e Verdi si erano impegnati a battersi per un seggio dell’Unione Europea (Ue) al Cds. Perché, vinte le elezioni, hanno cambiato parere?
La domanda andrebbe rivolta ai diretti interessati. Personalmente ritengo che alla base del ravvedimento vi siano calcoli elettorali interni e vanità personali. La coalizione che attualmente governa la Germania sta subendo un rovescio elettorale dopo l’altro. Se non interviene un fatto nuovo eclatante, difficilmente sarà riconfermata alle prossime politiche. Questo fatto nuovo potrebbe essere il ritorno della Germania allo status di grande potenza mondiale, cancellando così l’onta delle due pesanti sconfitte militari del secolo scorso. Kohl e Genscher passeranno alla storia per aver riunificato la Germania. Schroeder e Fischer forse sperano di passarci per averla riportata al rango di grande potenza.
Ma è un’ambizione, questa, quanto mai nefasta e perniciosa per il futuro dell’Europa. A parte l’ingiusta e inaccettabile emarginazione dell’Italia, il seggio alla Germania comprometterebbe irrimediabilmente il progettato seggio comune europeo nel Cds. Ha detto bene il presidente Ciampi: il ritorno in politica estera ai fortilizi nazionalistici del passato rischierebbe di creare le premesse di un nuovo disordine europeo, indebolendo la sicurezza e lo sviluppo pacifico dei popoli.
Non mi stupirebbe poi se, per parare a queste diffuse preoccupazioni, alla vigilia del voto all’Onu Berlino dichiarasse che intende mettere il suo seggio a disposizione della Ue. A quel punto bisognerà subito ribadire con forza che lo stesso può essere fatto da qualsiasi altro paese europeo democraticamente eletto al Consiglio, e che, per dirla con Genscher, «abbiamo bisogno di una Germania europea, e non di un’Europa tedesca».
E la Francia, il grande sponsor della Germania al Cds? Parigi si dichiara a favore di un’Europa “global player” e grande potenza in un mondo multipolare, poi appoggia la candidatura tedesca. Perché?
Anche questa è una domanda che andrebbe girata a parecchi. La voce che circola è che, appoggiando i tedeschi e appoggiandosi a loro, i francesi sperino di consolidare la loro attuale posizione.
Che cosa deve e può ancora fare l’Italia per impedire una riforma del Cds dell’Onu che la danneggerebbe? È sufficiente l’appoggio dei grandi (Usa, Russia e Cina) oppure bisogna guadagnarsi una minoranza di blocco più ampia?
Che il solo appoggio dei “grandi” possa aiutare l’Italia è una leggenda da sfatare. Certo, questo appoggio sarebbe utile, ma lontano dall’essere sufficiente. Intanto gli Stati Uniti si sono già apertamente schierati in favore del Giappone. Quanto alla Russia, dubito, coi tempi che corrono, che voglia sfidare apertamente Germania e Giappone. La partita in questa fase si gioca tutta in Assemblea generale, dove il voto del più piccolo atollo del Pacifico, diciamo Kiribati, equivale a quello degli Stati Uniti o della Cina. È lì che la diplomazia italiana si deve ingegnare al massimo, mostrare immaginazione, ricreare le alleanze che fu capace di suscitare nel 1996-98 specie coi paesi del Terzo mondo. Certo, è vero che poi, affinché la riforma passi, deve essere ratificata singolarmente da tutti e cinque i membri permanenti. Ma l’esperienza insegna che, anche se essi avevano votato contro o si erano astenuti nel 1963, quando i membri elettivi del Consiglio furono aumentati da 6 a 10, alla fine tutti e cinque i permanenti dovettero cedere alle pressioni e ratificarono. Che cosa può fare l’Italia per impedire una manovra per lei così letale? Esattamente quello che fece nel ’96-’98, quando vinse la battaglia procedurale. La ricetta è abbastanza semplice. La enuncio per punti: a) Rafforzare al massimo la nostra pattuglia a New York, perché è lì che si vince o si perde. b) Rilanciare con forza il progetto del «seggio europeo», spiegando ai partner della Ue che se viene riconosciuto l’ossimoro di un seggio permanente a rotazione per l’Africa, non si vede come si possa negare all’Europa, che è assai più integrata. c) Rifondare il famoso “club del caffè”, facendovi tornare gli arabi moderati che ne facevano parte ed evidenziando loro che, così come la auspicano i “pretendenti”, la riforma escluderebbe tutti i paesi islamici. d) Riprendere la politica di charme nei confronti dei paesi piccoli e medi che abbiamo colpevolmente abbandonato negli ultimi anni. A questo proposito, l’esperienza insegna che non c’è affatto bisogno del “borsellino”, come sostiene qualcuno: tra il ’93 e il ’99 l’Italia era considerata imbattibile all’Onu pur avendo sospeso gran parte degli aiuti al Terzo mondo per via delle note vicende di Tangentopoli. Oggi leggo sui giornali che se non facciamo una grossa politica di aiuti non andiamo da nessuna parte: non è vero, in quell’epoca non davamo un soldo, eppure i voti li prendevamo; battemmo addirittura la Germania nell’elezione al Cds quando fummo entrambe candidate: prendemmo quattro voti più dei tedeschi. Ed era l’epoca in cui gli aiuti erano tutti bloccati. e) Suscitare su questo specifico punto la concordia e l’unità di tutte le forze politiche italiane, esattamente come avvenne otto anni fa, quando l’intero Parlamento disse a chiarissime lettere all’allora segretario generale dell’Onu Boutros Ghali in visita a Montecitorio che l’esclusione dell’Italia era inaccettabile e non sarebbe stata tollerata.
Ecco, a questo proposito: perché il mondo politico italiano, maggioranza e opposizione, ha reagito così tiepidamente all’annuncio della candidatura tedesca al Cds con l’appoggio di Francia e Regno Unito? Cosa denota questa tiepidezza?
Non mi pare che il governo italiano abbia reagito “tiepidamente”: dal presidente della Repubblica Ciampi a quelli del Senato e della Camera, Pera e Casini, si sono levate forti voci di allarme. Quanto al ministro degli Esteri, ha avuto il coraggio di esprimere chiare e forti le riserve e le critiche dell’Italia addirittura a Berlino. Forse meno vocali nella denuncia dell’incombente pericolo sono stati i leader dell’opposizione: ma si sbagliano, se pensano di poter trarre vantaggio da una sconfitta dell’Italia di questa portata, che la penalizzerebbe per almeno cinquant’anni. Una cosa per me è certa: nel 2006 gli italiani torneranno a votare; gli italiani – tutti gli italiani – reagirebbero assai male se il paese venisse di colpo ingiustamente e irrimediabilmente umiliato, emarginato dal novero dei paesi che contano. E poi, che giudizio darebbe la storia dell’attuale classe politica e diplomatica, colpevole di una simile vergognosa disfatta, proprio nel momento in cui l’Italia è uno dei maggiori contributori in assoluto al bilancio dell’Onu – è il quinto-sesto – e ha pagato un altissimo prezzo di sangue alle operazioni di pace?
Il nostro è un paese molto distratto e molto fazioso, che preferisce le faide fra Guelfi e Ghibellini all’amor patrio.
No, non è sempre così. Ricordo che quando ci fu la vittoria all’Onu nel ’98, la vittoria procedurale, il primo fax che ricevemmo arrivava dagli operai del turno di notte dello stabilimento Enichem di Ravenna, e c’erano 70-80 firme; diceva: «Bravi, bravissimi, avete difeso veramente l’interesse dell’Italia». Anche gli operai, i tassisti, i barbieri seguono queste cose, me ne sono reso conto molte volte.
Allora diciamo che questo è il momento che ci permette di capire di che pasta è fatta la nostra classe politica.
L’Italia tra le due guerre mondiali era membro permanente del Consiglio della Società delle Nazioni; ora stanno per buttarci a mare completamente, dopo tutto quello che facciamo, tutti quei poveri morti che abbiamo avuto in Irak e altrove: si rende conto? La Storia direbbe che siamo stati degli incapaci, che l’Italia in quel momento era retta da incapaci.
Come possono incidere le elezioni presidenziali americane sulla vicenda?
Non bisogna farsi illusioni. Sotto Clinton, amministrazione democratica, gli Usa erano favorevoli sia alla Germania che al Giappone; almeno l’amministrazione repubblicana è contraria alla Germania, perché la Germania non li ha aiutati in Irak. Se vince Kerry c’è il pericolo che l’amministrazione torni ad appoggiare pure la Germania, come stanno facendo già col Giappone.
Un Bush II potrebbe bloccare la riforma oppure nemmeno un presidente riconfermato avrebbe il coraggio di farlo?
Come ho detto prima, non ne ha la forza. L’unica speranza per noi sarebbe che poi il Senato americano non ratificasse, ma come ho cercato di spiegare, anche l’altra volta gli americani non hanno votato la riforma, ma poi alla fine il Senato americano l’ha ratificata, perché le pressioni erano diventate enormi.
A opporsi troppo strenuamente si rischiano ritorsioni?
È un rischio da correre. Quando facemmo la battaglia l’altra volta mi dicevano: «Fate attenzione, perché se lottate così tanto contro i tedeschi, non faranno entrare l’Italia nell’euro». Sappiamo tutti com’è andata poi…
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