Italia. Lo Stato dell’immigrazione
Il governo Amato ha approvato il decreto di Programmazione dei flussi d’ingresso dei lavoratori extracomunitari nel territorio dello Stato per l’anno 2001. Il documento fissa le quote d’ingresso in Italia degli immigrati extra Ue a 63mila unità. La programmazione dei flussi viene adottata da tempo nei principali paesi europei per garantire l’assorbimento degli immigrati nel mercato del lavoro nazionale e contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina. Effettivamente anche il decreto italiano fa riferimento “alle condizioni generali del mercato del lavoro e alla capacità di accoglienza, in modo da identificare le reali opportunità d’inserimento esistenti in Italia”. Tuttavia non è chiaro come il governo intenda far fronte ad una situazione nazionale molto caotica (sia rispetto a quella di Regno Unito e Francia, dove l’immigrazione è strettamente connessa al trascorso storico-coloniale che ha costruito tra nuovi arrivati e autoctoni una continuità linguistica, storica, economica e culturale, che rispetto alla rigida e consapevole “non assimilazione” tedesca) e caratterizzata da un tasso di disoccupazione medio pari al 10,5% (dato Istat, luglio 2000) oltre che da «una disoccupazione elevata in parte del centro e soprattutto nel mezzogiorno, dove 1,565 milioni di italiani sono in cerca di occupazione su un totale nazionale di 2,404 milioni» – come pure rileva la stessa Relazione di accompagnamento al decreto flussi 2001. Tra l’altro in Italia «il numero di cittadini extracomunitari iscritti al collocamento è di 204.573. Il valore assoluto rimane alto e indica una disponibilità di manodopera extracomunitaria già presente». Ora, senza ridurre la questione alla solita contrapposizione manichea “buoni” (multiculturalisti) contro “cattivi” (leghisti, razzisti), sarebbe utile capire dove si sistemeranno concretamente i 63mila nuovi lavoratori in arrivo. E come. Amato assicura di aver «tenuto conto della capacità di assorbimento da parte delle comunità locali di numeri importanti di immigrati, in particolare dal punto di vista alloggiativo, tenendo conto anche dei costi che ricadono sulle regioni e gli enti locali». Gli enti locali, che da tempo chiedono (inutilmente) al governo di aver più voce in capitolo in materia d’immigrazione, ringraziano.
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