Italianphobia, Walter lo smemorato e quell’originale di Biagi

Di Lodovico Festa
01 Novembre 2001
«La strategia, piaccia o no sentirselo dire, è quella di liquidare politicamente un’esperienza giudiziaria ritenuta esemplare in tutto il mondo», scrive Nando Dalla Chiesa sull’Unità. I nostri pensatori forcaioli insistono sull’ammirazione di tutto il mondo per le nostre “esperienze giudiziarie”.

«La strategia, piaccia o no sentirselo dire, è quella di liquidare politicamente un’esperienza giudiziaria ritenuta esemplare in tutto il mondo», scrive Nando Dalla Chiesa sull’Unità. I nostri pensatori forcaioli insistono sull’ammirazione di tutto il mondo per le nostre “esperienze giudiziarie”. Poi, uno legge sul Wall Street Journal un articolo sulle preoccupazioni degli americani per i provvedimenti antiterroristi pur ritenuti necessari (giovedì 27 settembre, a pagina 7 dell’edizione europea). E scopre che in America, la paura di finire in una sorta di stato di polizia, la chiamano “Italianphobia”. *** «Dunque bisognerebbe mettersi nelle condizioni di non essere fraintesi, perché l’immagine del nostro paese non è questione che riguardi solo il governo», dice Lamberto Dini al Giorno. No, non sta parlando di se stesso, di Telekom Serbia o delle sue trattative con Slobodan Milosevic. Sta parlando di Silvio Berlusconi. *** «Sono troppo vecchio per meravigliarmi», dice Gerardo D’Ambrosio alla Repubblica. Così vecchio e ancora non si è reso conto che uno che ha il potere di sbattere in galera la gente, dovrebbe almeno avere il buon gusto di non fare lo spiritoso. *** «Occupiamo noi le piazze per la pace magari anche a nome dei cittadini di Shangai ai quali è stato proibito, non dico di manifestare ma persino di uscire di casa perché è arrivato George W. Bush» scrive Alessandro Curzi su Liberazione. Ma la Cina non era rimasto uno dei pochi paesi guidato da un partito comunista? *** «Con le bandiere americane, certo, ma prima ancora con quelle di Forza Italia e quelle di Alleanza nazionale e magari della Lega, due formazioni politiche di cui non si ricordano particolari entusiasmi per l’american way of life», dice Walter Veltroni al Corriere della Sera. Il povero Veltroni crede di essere nato sotto un cavolo. Invece come altri – tra cui chi scrive – faceva il funzionario della Fgci e del Pci anche con i soldi spediti da un certo Ponomariov, uno non particolarmente entusiasta dell’american way of life. *** «Sappiamo tutti che l’avviso di Napoli con la caduta del governo c’entra come i cavoli a merenda», scive Elio Veltri sull’Unità. Veltri è una persona integralmente sgradevole. Non è da escludere che mangi anche cavoli a merenda. *** «Forse il lettore è coinvolto da altri problemi», scrive Enzo Biagi sul Corriere della Sera. Forse persino Biagi è consapevole che comporre un milione di articoli sul fatto che Silvio Berlusconi è entrato in politica per salvaguardarsi e che Maurizio Gasparri ha una lista di proscrizione sulla Rai, alla fine può un attimino annoiare. *** «Abbiamo assistito ad un’impressionante sterilizzazione dell’anima che nel vecchio Msi si rifaceva a Borsellino», dice Nichi Vendola al Manifesto. Ah! Quei bravi missini di un tempo. *** «Il nostro lavoro era mettere un bagaglio di prove a disposizione del giudice», dice Antonio Di Pietro all’Unità. E questo bagaglio lo estraeva da quella famosa mercedes? *** «Ora al congresso, che so, delle Acli», scrive Rossana Rossanda sul Manifesto intervenendo sulle assise dei Ds. Spietata, ma non priva di argomenti.

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