JABAREEN, L’IMAM CHE CONDANNA «I TERRORISTI NAZISTI ISLAMICI»

Di Lenzi Massimiliano
06 Ottobre 2005

Un minareto in mezzo al Chianti. Colle Val d’Elsa, il borgo dei cristalli ad appena venti chilometri da Siena, nel cuore della Toscana rossa, laicista e mangiapreti, è diventata, negli ultimi mesi, un paese “chiacchierato”. Se ne parla spesso, sui grandi quotidiani e in televisione, mentre nelle Case del popolo del paese anziché di D’Alema e Fassino si discute di Maometto e di Occidente. Tutta colpa di un Imam, Feras Jabareen, guida spirituale del Centro culturale islamico della cittadina che presto vedrà sorgere una moschea nuova di zecca. Il perché lo racconta lui stesso: «Costruiremo – spiega Jabareen a Tempi – una moschea con la facciata di cristalli e vetro per dare trasparenza a tutto quello che vi accadrà dentro, per dare la libertà di guardare in un luogo di preghiera». Feras è un arabo-israeliano che sta cercando, come ha notato e scritto il giornalista del Corriere della Sera Magdi Allam, di affermare l’idea e la realtà di un mondo musulmano tollerante in tempi di terrorismo qaedista e di “odio per l’Occidente”. Non che piaccia a tutti, Jabareen; non piace, ad esempio, ad Oriana Fallaci che ha levato le sue critiche, dure e sincere, contro l’idea di costruire una moschea in terra di Toscana. Piace, però, al Monte dei Paschi di Siena che, attraverso la sua Fondazione, ha deciso di finanziare con 300 mila euro la costruzione della moschea di Colle Val d’Elsa. Il perché lo ha spiegato lo stesso presidente della Fondazione, Giuseppe Mussari: «Rientra in quell’attenzione al dialogo religioso e al pluralismo che la Fondazione ha da sempre».
Dialogo, pluralismo: sono queste le parole più usate da Jabareen per spiegare alle istituzioni toscane, ai suoi stessi compaesani, che l’universo musulmano non è tutto violenza. Bei discorsi, certo, ma con l’aria che tira servono fatti e non parole. E così, pubblicamente, Feras ha cominciato a parlare della cultura che vorrebbe produrre nel Centro islamico e nella futura moschea. «Nel nostro nuovo centro – sottolinea – sarà obbligatorio parlare la lingua italiana, con l’unica eccezione di particolari attività di rito e di culto. Mi auguro che questa diventi una regola per tutti i centri islamici nel nostro paese, perché è un passaggio fondamentale per una reale integrazione. I nostri figli sono nati qua e devono imparare che sono italiani anche quando professano la loro religione. è un percorso indispensabile perché l’utilizzo costante della lingua del paese dove si vive è il primo passo per sentirsi parte, a pieno titolo, di una comunità».
Per evitare, come purtroppo accade spesso in altri centri islamici occidentali, che la moschea diventi un luogo a rischio di contaminazioni terroristiche, è stato anche siglato un protocollo d’intesa con il Comune che prevede, tra le clausole di rescissione del contratto, eventuali «condanne penali a carico dei componenti dell’organo direttivo dell’associazione per aver commesso attività illegali legate alle stesse attività svolte nel Centro culturale». Su questo, Jabareen, ha messo anche il nero su bianco di una solenne dichiarazione: «Condanno i kamikaze, condanno il terrorismo di matrice islamica che indebolisce la nostra cultura e mette in difficoltà le nostre comunità». Parole importanti, che vorrebbero indicare la possibilità di aggregare, nel nostro paese, la realtà di un Islam moderato. Purtroppo, la comunità di Colle Val d’Elsa guidata da Feras Jabareen è di poche centinaia di persone e sicuramente non rappresenta l’universo composito dell’islam in Italia, di sovente più vicino al fondamentalismo. Certo, restano incoraggianti le parole di rabbia e di protesta, pronunciate da Jabareen contro le stragi terroriste: «Dobbiamo fermare il nuovo nazismo». Ma c’è il rischio che restino la denuncia di un élite musulmana moderata: una voce nel deserto.

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