J’accuse operaio

Di Fabio Cavallari
12 Ottobre 2006
Vent'anni di Cgil, ventitré in fabbrica. «Se non straccio la tessera è per riguardo agli amici. Con Berlusconi ci siamo comportati da buffoni» Siamo un sindacato di burocrati. I delegati sono solo mani che si alzano ai congressi

Nicola Albertella è un operaio tessile e delegato di base del più grande sindacato d’Italia, la Cgil. Da poco ha compiuto quarant’anni e da ben ventitré lavora presso la stessa azienda. Nicola ha un braccio completamente paralizzato, in seguito a un incidente stradale, dall’età di quattordici anni. Raccontare la sua storia è un po’ come effettuare un percorso nella fatica del vivere quotidiano, nel dolore che la vita può riservare e nell’utopia di un ideale che s’infrange contro la realtà. Nicola è la forza e la tenacia dell’uomo che tende al suo simile, è l’impulso e l’istintività di chi non ha paura di cadere, di fare i conti con la vita. Quando vado a casa sua per l’intervista, sul tavolo ci sono tre libri ben in evidenza: Terrore e Liberalismo di Paul Berman, Il ragazzo con la maglietta a strisce di Fausto Bertinotti e l’enciclica di Benedetto XVI, Deus caritas est. L’assortimento composito dei titoli non sembra proprio il vademecum del buon sindacalista. Nicola, nella realtà, non è mai stato un tipo politicamente corretto. Non lo è stato nella vita, non poteva esserlo nel sindacato. «Il personale è pubblico» dicevano un tempo le femministe, oggi quel modo di dire sembra caduto in disuso, ma è proprio da questo che devo partire per raccontare questo strano comunista.
A quattordici anni un incidente ti ha segnato la vita…
Sì, stavo andando in bicicletta e un camion mi ha travolto. Pensa che il mio sogno era fare il ciclista. Un paio di operazioni e una sentenza definitiva: paralisi irreversibile del braccio sinistro. Dopo pochi anni è morto anche mio padre, ero solo un ragazzino, puoi capire che mi è cascato il mondo. Ho dovuto reimparare le cose più banali, come allacciarmi le scarpe o tagliare una bistecca. Ora, vivo da solo e faccio praticamente tutto con un braccio, ma non è stato semplice.
Pochi anni dopo sei entrato in fabbrica ed è iniziata la tua avventura nel mondo del lavoro. La tua mansione è ancora quella del primo giorno: operaio generico.
L’ufficio di massima occupazione mi ha “spedito” in una fabbrica tessile, prescindendo assolutamente dalla mia invalidità e l’azienda è stata costretta ad assumermi. In pratica lo Stato ha detto: «Se non avete un posto adeguato per lui non è un mio problema, siete comunque obbligati a tenervelo». Ho lottato per rimanere, per dimostrare che potevo lavorare no-nostante il mio handicap. È stata una sfida soprattutto con me stesso, non ho mai sopportato l’idea di suscitare compassione.
In quel posto però hai conosciuto anche l’amore. In fabbrica hai incontrato colei che sarebbe diventata tua moglie.
No! L’amore è un’altra cosa. Il mio matrimonio è durato un mese. Una mattina ci siamo svegliati e mi ha detto che non mi amava più e che voleva il divorzio. Hai capito, dopo un mese! Mi sembrava un incubo. La verità è che quello non era amore, mancava l’ideale comune, il perché.
Prima l’infortunio, poi la perdita di tuo padre, infine un matrimonio finito ancora prima di cominciare.
È la vita. L’unica che abbiamo. Quella che poi mi ha fatto incontrare Corinna. Una ragazza che stava perdendo se stessa. Uno sguardo e ho capito che aveva bisogno di me. Stava con un uomo che le usava violenza, che le aveva fatto conoscere il peggio degli uomini, l’amaro sapore della droga. Con lei è stata una lotta di sopravvivenza. Vivere con una persona devastata nella psiche, con il vizio della cocaina, ha messo a dura prova la mia stessa esistenza. Giorni e notti passati in una stanza senza la minima possibilità di avviare una discussione che si possa dire tale, con la disperazione negli occhi e la paura di non farcela. Ancora oggi, pur vivendo separatamente, mi sento legato a lei come non lo sono mai stato con nessuno.
Ma la felicità? Dalle tue parole sembra non appartenerti.
Mi viene da ridere, perché mi ritorna in mente un corso, organizzato dalla Cgil, alla quale ho partecipato in qualità di delegato sindacale. Il titolo era “Scrivo benessere leggo felicità”. I docenti cercavano di spiegare che la felicità è lì a due passi e che dobbiamo solo cercarla. Ho perso le staffe quando ho capito che stavano accostando il concetto di felicità alla visione legislativa del lavoro. Volevano illuderci che la felicità di un uomo ha radici nella trattativa sindacale. Insomma, io sono un comunista e mi sembrava di essere finito in una setta. Ad un certo punto ci hanno spiegato che un buon sindacalista deve sapere che ci sono verbi da bandire e altri da esaltare. «Io devo» è il killer che impedisce all’uomo di agire e di migliorare le proprie condizioni, mentre «io voglio» è la parola magica attraverso la quale si può giungere al suadente «io posso». Quando ho obiettato a queste teorie da new age, mi hanno detto che ero un veteromarxista. Ma quale vetero! Io sono semplicemente realista.
Tu sei un sindacalista di base in un piccolo paese dell’alto Varesotto, sei entrato nella segreteria provinciale e in quella regionale. Conosci la Cgil nei suoi meccanismi interni. Qual è il rapporto che avete con la base, i delegati, gli iscritti?
Sai, fare il sindacalista nelle valli del profondo nord, non è la stessa cosa che essere a Mirafiori o alla vecchia Alfa di Arese. Qui, la sindacalizzazione non è mai arrivata. Gli operai badano al sodo, ai “daneé”. La coscienza di classe è un oscuro termine che non ha mai fatto breccia. Nella mia esperienza ho sempre evitato di citare l’operaismo di Negri o la teoria dello sciopero rivoluzionario di Sorel. Mi sono sempre battuto per garantire una buona sicurezza sul posto di lavoro e una giusta valorizzazione degli addetti. Uno dei miei più grossi obiettivi, in questi anni, è stato cercare di far ragionare gli operai sulla necessità di non lasciare che il tempo per l’azienda azzerasse completamente il tempo per sé. Insomma, i soldi servono ma è necessaria una riflessione in più. Riflessione che all’interno degli organi dirigenti è assolutamente estranea. Oramai si pensa che la felicità, per tornare al punto di prima, sia un contratto a tempo indeterminato. Per carità, io non sono certo un sostenitore dei contratti precari, ma un conto è la garanzia contrattuale, un altro è illudersi che il posto fisso sia la soluzione ai problemi dell’uomo. All’interno del sindacato non si discute più di che cos’è il lavoro, del ruolo dell’impresa e di quella del lavoratore. Non si fanno più le grandi discussioni. Esiste una frattura, quasi un’incomunicabilità tra organizzazione dei lavoratori e lavoratori stessi.
Però negli ultimi cinque anni ogni sciopero ha portato in piazza milioni di persone.
Certo, ma chi si muove sono gli operai delle grandi fabbriche con tradizione sindacale, i dipendenti pubblici e i pensionati. Sono loro che portano le grandi masse, gli addetti delle piccole e medie imprese sono assenti. Poi, non dobbiamo nascondercelo, il novanta per cento delle manifestazioni fatte erano politiche. Berlusconi è stato un ottimo collante per muovere le persone. Su di lui si sono concentrati gli odi e le frustrazioni. Lo slogan più in voga era «babbeo, babbeo, beccati sto corteo». Insomma, capisci che lo spessore politico era uguale a zero. Chi scendeva in piazza credeva veramente di essere diventato più povero per colpa del Cavaliere. La cosa grave è che ci credevano e ci credono ancora oggi anche i dirigenti intermedi della Cgil. Io ho fatto interventi di fuoco alle riunioni del sindacato per cercare di scardinare questa buffonata, spesso dalla platea mi hanno invitato a stracciare la tessera.
È per questo che non sei mai riuscito a uscire dalla fabbrica, a diventare funzionario e, come molti ancora oggi ambiscono, a fare il sindacalista a tempo pieno?
Guarda, io ho partecipato a numerosi direttivi regionali e lì ho capito che la burocratizzazione del sindacato è giunta a livelli impensabili. Esistono posti e posticini che sembrano creati apposta per far star bene tutti. E con tutti intendo i dirigenti, non certo i sindacalisti di base come me. Quando si devono nominare gli organismi competenti, i delegati sono mani che si alzano punto e basta. Ogni corrente ha i suoi accoliti e il gioco di potere è l’unico vero interesse. Purtroppo anche quelle che vengono definite le correnti critiche nella Cgil – per intenderci quelle più a sinistra – non fanno altro che ricalcare le strategie della maggioranza. In fabbrica, prima del congresso, vengono a fare grandi discorsi sulla democrazia e la partecipazione. Poi tutto finisce nel buco nero della conta delle seggiole.
«La Cgil non ha governi amici» era lo slogan di un tempo. È valido anche oggi?
Scusa, rido per non piangere. L’ottanta per cento dei sindacalisti di ogni ordine e grado che conosco hanno la tessera dei Ds. È evidente che il loro agire è da subalterni. Massimo D’Alema qualche giorno fa ha detto che lui ritiene aberrante che un lavoratore vada in pensione a cinquantasette anni. Nessuno ha osato replicare. Prova ad immaginare cosa sarebbe successo se lo stesso concetto l’avesse espresso Berlusconi! Questa logica la puoi ritrovare in qualsiasi Camera del lavoro. Un anno fa, con il collettivo con cui collaboro, abbiamo tentato di organizzare un’assemblea pubblica con tutte le parti sociali sul declino industriale della nostra città. Quando abbiamo sottoposto le nostre preoccupazioni ai compagni del sindacato, ci hanno posto come condizione per partecipare al dibattito che organizzassimo un corteo di protesta sotto le finestre dell’amministrazione comunale. E questo perché naturalmente il comune era guidato dal centrodestra.
E come è andata a finire?
È andata a finire che abbiamo fatto l’assemblea e rinunciato alla presenza della Cgil.
Stai descrivendo una situazione abbastanza deprimente. Eppure tu continui imperterrito ad essere un iscritto ed un delegato Cgil. Non ti sembra un controsenso?
La risposta è in quel libro di Bertinotti che hai notato. Ho avuto la fortuna di conoscere l’attuale Presidente della Camera e non nascondo che sono rimasto affascinato dalla sua umanità, da come riesca a trasmettere il suo interesse per l’uomo inteso nel senso più ampio. Anche a lui ho raccontato la mia crescente difficoltà a rimanere nel sindacato. Fausto, comprendendo perfettamente il mio malessere mi ha fatto notare quanto sia importante, per chi sente ardere dentro di sè la passione per la dignità dell’uomo, resistere alle tentazione di abbandonare tutto e continuare a discutere ogni giorno con gli uomini e le donne che ci stanno di fronte. Ecco, forse sono ancora nel sindacato a causa di Fausto Bertinotti.
Ma l’Enciclica di Benedetto XVI e il libro di Paul Berman cosa centrano con tutto ciò?
Vedi, io penso che possiamo dirci comunisti o riformisti o liberali. E poi possiamo contestare ognuno di questi termini e il significato che hanno assunto al giorno d’oggi. Ma certo «non possiamo non dirci cristiani». Ecco perché ho letto Deus caritas est. Allo stesso modo, non possiamo sbandierare la bandiera arcobaleno e invocare slogan che inneggiano alla pace multireligosa senza conoscere che cos’è l’islam. E il libro di Berman è sicuramente un testo che aiuta ad entrare razionalmente nel merito.

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