Jesus Walter Superstar

Di Simone Fortunato
26 Ottobre 2006
10 milioni di euro, 40 mila biglietti, 95 film. E nessuna stella italiana. A parte il sindaco capitolino, applaudito come la Kidman

Roma
«I miei ragazzi. questa Festa è solo per loro, per i miei ragazzi.». Stretto nell’abbraccio delle figlie, il divo fatica a trattenere le lacrime quando gli si chiede dei suoi “ragazzi”. Eppure la giornalista (Marina Fabbri di Rai Sat, ndr), era stata avvertita: «Chiedigli tutto, ma non dei suoi ragazzi. Di quelli no». E la giornalista era andata bene, almeno all’inizio; in mondovisione, nella serata inaugurale della Festa di Roma aveva presentato il divo con una certa sobrietà: «Dietro la veste severa, batte forte un cuore per il cinema: critico, artista, scrittore, ecco l’artefice di un evento che miracolosamente ha preso forma». Insomma si era trattenuta: non era uscita come una Franca Rame qualsiasi («Walter ha colpito ancora») e non era stata più servile di Pino Insegno «Grazie Walter, per questa splendida Festa». E nemmeno l’aveva buttata in politica (Stefano Accorsi: «La Festa sarebbe piaciuta a Salvador Allende»).
Ma poi, proprio lì, sulla passerella rossa, la domanda più sbagliata: «Sindaco Veltroni, si può dire che questa Festa sia una sua creatura, quasi il suo film?». L’incubo: Walter che improvvisamente si rabbuia, cerca il sostegno delle figlie, gli occhi si fanno umidi. La serietà nell’auditorium. E una risposta secca, che suona come una condanna: «Questa è un’opera collettiva. Il merito è di tutti questi fantastici ragazzi». Già, i ragazzi. I cinquanta coraggiosi che, selezionati tra più di tremila, sono i giudici inflessibili dei film della Festa. «Una giuria popolare», precisa il sindaco illuminato. Che tiene a precisarne la vocazione eroica: «Vengono a proprie spese, si vedono tre film al giorno». Martiri per la fede cinematografica, giovani eroi dall’età variabile tra i 19 e i 79 anni.
Siamo arrivati alla Festa del Cinema, pieni di aspettative e con qualche dubbio di natura cinefila: festival serio e forse un po’ ideologico sulla falsariga della Mostra di Venezia, o Festa-Vetrina, autocelebrativa e autocompiaciuta? Le polemiche estive parlavano di una Festa ammazza-festival, da un parte il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, pronto a minacciare l’uso delle armi nel caso in cui la Festa di Veltroni avesse avuto soldi pubblici, dall’altro il lavoro silenzioso del Walter Ego (come lo chiama Dagospia), il prefetto del pretorio veltroniano, il panciuto Goffredo Bettini, senatore di Ds e presidente della Fondazione Musica per Roma e quasi ministro per i Beni Culturali del governo Prodi (prima di essere trombato da Francesco Rutelli).
Lavoro silenzioso ma proficuo, pare: 10 milioni di euro di budget raggranellati tra contributi di enti locali e sponsor (scippati spesso alla concorrenza festivaliera), 95 film, 29 retrospettive, 5 mila accreditati, 40 mila biglietti venduti per 8 giorni di una kermesse a cui hanno partecipato, tra gli altri, Nicole Kidman, Martin Scorsese, Leonardo Di Caprio, Sean Connery e Robert De Niro. C’è stata qualche dimenticanza, è vero. Nemmeno una star italiana del nostro passato glorioso: né Claudia Cardinale, né Gina Lollobrigida e nemmeno Sofia Loren, la più arrabbiata di tutte (e frettolosamente invitata dal sindaco in persona come madrina per l’anno venturo). C’è stato un parterre politico a senso unico: Dario Fo e Franca Rame, Vincenzo Visco, Francesco Rutelli, il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, il presidente della Provincia di Roma Enrico Gasbarra. E poi lui: Dux Walter, il più applaudito, fotografato, intervistato – dopo Nicole Kidman. Solo Sean Connery, disertando l’inaugurazione, ha preferito la compagnia di Silvio Berlusconi e Gianni Letta a Palazzo Grazioli.

La vetrina antiberlusconiana
Quella di Roma è stata una Festa dell’Amicizia cinematografica. Film per tutte le stagioni e per tutte le inclinazioni. Film proiettati sulla Concordia, la nuova fiammante nave di Costa Crociere, sponsor della rassegna; incontri sulla pace, Roma e Lazio che sfoggiano sulle maglie il logo della Festa, un premio su “i giovani e il cinema tra diversità e métissage” che si chiama “I colori della diversità”. C’è stata persino la giornata canina per i diritti degli animali, organizzata dall’Ufficio Diritti degli Animali, con tanto di film con protagonista canino e di madrina della serata (Rita Dalla Chiesa, appassionata di terrier). Insomma, sulla carta, una festa democratica, per tutti, con un motto da Fellini (la felicità è dire la verità senza ferire nessuno), che la dice lunga sullo spirito autenticamente populista di questa Festa del consenso.
Peccato che i feriti ci si siano stati, sempre gli stessi, attaccati in contumacia: Richard Gere che accosta il nome di Berlusconi a Hitler, Paolo Virzì che presenta il suo N-Io e Napoleone come un film sul berlusconismo, Constantin Costa-Gavras che instaura un parallelo tra la guerra d’Algeria e l’immancabile prigione di Guantanamo. Insomma, cambiano gli addendi ma il risultato non cambia: i cattivi sono sempre gli stessi.

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