Jospin, “lo Stato ero io”
«E’ sorprendente l’altezzoso sentimento di sicurezza che contraddistingueva la vita di tutti questi locatari dei piani medi e alti dell’edificio sociale quando scoppiò la rivoluzione», scrisse Alexis de Tocqueville a proposito di una Rivoluzione francese diversa da quella che ha visto l’abdicazione di Lionel Jospin. Se Parigi è la testa della Francia, anch’essa corre il rischio di venir ghigliottinata dal corpo rustico e popolano del Paese. Enrico IV nel 1598 si convertì al cattolicesimo esclamando «Paris vaut bien une Messe» perché il primo re Borbone aveva ben compreso che se pur i protestanti di cui era alla guida, sebbene sostenuti dalle città e da gran parte dell’aristocrazia, fossero riusciti a vincere tutte le battaglie di quelle guerre di religione francesi durate 40 anni, i cuori e le menti dei ceti popolari contadini sarebbero rimasti coi loro preti. Mentre il simpatizzante giansenista Blaise Pascal ha detto: «ci sono passioni del cuore che la mente non conosce». Ciò vale senz’altro per lo sprezzante Lionel Jospin, la cui prima reazione dopo l’apatico rifiuto dell’elettorato francese alla sua candidatura è stata quella di dichiararsi “deluso” degli elettori. Jospin non ha visto i risultati delle votazioni come il segno che sono gli elettori ad essere delusi da lui e dal suo matrimonio d’interesse meschinamente politically correct con il rivale, il Presidente Chirac. Ancora più sorprendente è stato il leader dei Socialisti francesi al Parlamento Europeo, quando, davanti alle telecamere della Tv britannica, ha dichiarato che gli elettori francesi hanno bisogno di «essere educati». Come previsto, nessuno ha osservato che Le Pen, arrivato primo in luoghi un tempo bastioni del Partito Comunista francese come Pas de Calais, è l’erede politico del Maresciallo Petain. È quella Luce di Vichy per la quale il nemico è «il germano-anglosassone», mentre l’Euro è la «valuta dell’Occupazione» di un’Unione Europea che non è più un Impero Napoleonico. Il nemico interno è semita, arabo e negroide. Le travail, la famille et la patrie sono la difesa.
Tedeschi, meglio dentro la tenda
L’improvvisa comparsa sulla scena di una Germania vittoriosa e poi unita nel 1870 in quella che dal 1498 era la zona-cuscinetto tra la Francia dei Valois-Borbone-Bonaparte e l’Austria degli Asburgo – la Regina Vittoria l’aveva chiamata «cara, piccola Germania» – mandava in frantumi le illusioni di una superiorità continentale del Secondo Impero. Il Trattato di Versailles fu una vendetta, sebbene si rivelò, come già il Maresciallo Foch aveva predetto, «un armistizio lungo non più di vent’anni». Quella del 1940 fu venduta dai tedeschi come un’Unione dove loro giocavano il ruolo dei soldati marziali, la Francia quello della femmina istruita e raffinata. Nella potenziale invasione del 1943 gli inglesi si aspettavano di dover combattere contro i francesi come avevano fatto in Siria e in Nord Africa mentre fu dall’Indocina controllata da Vichy che i giapponesi lanciarono l’attacco a Singapore. Il rovesciamento delle sorti del conflitto nel 1944 insieme al carisma di un De Gaulle, su cui pendeva la condanna a morte per tradimento di Vichy, fecero sì che i francesi accettassero gli anglosassoni, i nemici di sempre, come i propri liberatori. Oggi, con Le Pen, coloro che silenziosamente non lo hanno mai accettato stanno alzando la voce, proprio come in Italia si possono ascoltare certi giudizi alquanto teneri verso Salò. Per la Francia, l’Unione Europea è stata un modo per capovolgere i rapporti con una Germania divisa governata da Bonn sul Reno, con una Zona occupata francese e con l’arsenale nucleare francese utile non contro i russi ma perché garantiva quello status di grande potenza che alla Germania mancava. L’economia tedesca avrebbe potuto superare quella della Francia ma non la sua popolazione. “Meglio avere i tedeschi dentro la tenda che pisciano fuori, piuttosto che averli fuori che pisciano dentro”, questa è la descrizione volgare della politica estera francese. Poi, ecco una Germania unita con la capitale, Berlino, che guarda ad est verso il fiume Elba, les Anglo-Saxons diventati la seconda economia dell’Unione e il mercato sociale del “Modello economico renano” ormai economicamente insostenibile. Davanti all’egemonia continentale della Germania, la Gran Bretagna può con naturalezza volgersi verso una politica atlantica – diventando ciò che De Gaulle più temeva, cioè una testa di ponte americana in Europa. Dai tempi del suo esilio inglese, De Gaulle continuò a prevedere una nuova guerra che sarebbe esplosa tra les Anglo-Saxons (su entrambi i lati dell’Atlantico) e l’Europa continentale. Non per nulla il simbolo del Fronte Nazionale di Le Pen è Giovanna D’Arco, condannata al rogo dagli inglesi nel XV secolo. La Germania è tornata unita sulle basi di una lingua e di una cultura comune, dunque perché quelli che l’anglo-americano Churchill chiamava «i popoli anglofoni» non dovrebbero fare la stessa cosa? Dopo tutto è stata questa la decisione fatale del 1940.
«Fategli mangiare le brioches»
Ma dove sta andando la Francia? Le Pen ha bussato ad un’inquietudine ignorata da una classe dirigente che troppo spesso ha unito alla corruzione una distaccata arroganza. «Fategli mangiare brioches». Se Chirac grazie a una stampa servile non deve neppure confessare le proprie colpe per conservare una candidatura macchiata da valige zeppe di banconote usate e dall’olezzo del peculato, Jospin sembra non darsi cura che l’appartenenza segreta a una cellula politica, di sinistra o di destra, mentre si è in servizio al Quai d’Orsay e senza che il Deuxieme Bureau sia informato, è motivo sufficiente per rassegnare le dimissioni. Grazie al cielo hanno lasciato la Nato. Dall’altro lato i rapporti tra il Presidente Chirac e il Primo Ministro Jospin fanno tornare in mente quelli tra Luigi XVI e il suo primo ministro Necker, mentre tentavano di salvare una Francia prossima alla Rivoluzione. L’opera di Necker fu impossibile perché i nobili rifiutarono di rinunciare al proprio privilegio feudale di non pagare le tasse, con la conseguenza che la grande Francia non riuscì neppure a dichiarare guerra all’Olanda. Allo stesso modo, oggi, l’edificio dei servizi sociali e del mercato chiuso francese, con la sua splendida magnificenza in stile Versailles, sta andando incontro a una decomposizione strutturale. Quest’immagine è rafforzata dal fatto che sia Necker che Jospin sono protestanti e se la figlia di Necker era Madame de Staël, la moglie di Jospin è la ex del padre del multiculturalismo relativista, Jacques Derrida. In effetti, sia la coppia Luigi XVI/Necker che quella Chirac/Jospin sono il risultato di un malessere più profondo che due Imperi e cinque Repubbliche non sono riusciti a sradicare e che è stato esportato a Bruxelles. Il ministro del Re Sole, Jean Baptiste Colbert, portò a perfezione quella combinazione di protezionismo mercantilista e amministrazione verticistica che rappresenta l’apoteosi della monarchia assoluta. Con un esercito di 200mila uomini questa concezione dominò l’Europa – esportando la sua classe media Ugonotta in Inghilterra e gli ufficiali del suo esercito in Prussia nel nome di «un Roi, un loi, un foi» con la revoca dell’Editto di Nantes nel 1685. Il modello diventò il governo dirigistico di Versailles, con gli intendenti alla guida dei vari Dipartimenti, senza sciocche legislature consultive. «L’Etat c’est moi» – perché la Francia oltre ad essere lo Stato del Re ne era anche la proprietà personale. La legittimità per nascita rese il tradimento anche un’eresia. Dopo la Glorious Revolution del 1688, quando Guglielmo di Orange con il suo esercito di ugonotti francesi esiliati venne chiamato a sostituire Giacomo II che voleva imitare suo cugino Luigi XIV, il filosofo John Locke, Ministro degli Interni, insieme al fisico Sir Isaac Newton, direttore della Zecca, crearono un modello alternativo, che spiega perché la Gran Bretagna si oppone ancora alla colbertiana Bruxelles e come mai la coalizione guidata dagli inglesi sconfisse Luigi XIV. Il modello si fonda sul “potere dell’azionariato” come nelle società per azioni quotate in Borsa e nella Banca d’Inghilterra costituita da Newton. In questo sistema consultivo dal basso verso l’alto, il Re diventava un presidente del Consiglio d’Amministrazione non esecutivo, il Primo ministro l’Amministratore delegato, il governo il consiglio d’amministrazione e i deputati gli agenti di cambio per un’ampia base di azionisti che andava dai proprietari terrieri fino alla classe media. Politiche alternative erano sempre a disposizione grazie alla Loyal Opposition di Sua Mestà. La fiducia nelle istituzioni politiche, e quindi nella Banca d’Inghilterra, significò per la Gran Bretagna dover aumentare le tasse soltanto per pagare un interesse del 3% sul debito pubblico, mentre Luigi XIV fu costretto a chiedere personalmente soldi in prestito e a ripagare un interesse del 20%. Ecco perché alla fine fu sconfitto. La Francia sta parlando e i politici devono ascoltarla. Se non viene data loro fiducia, gli elettori diventano irresponsabili. I politici devono essere responsabili verso gli elettori e dare una risposta ai loro bisogni e alle loro paure, anche quando stanno cambiando. Sono loro a possedere le quote azionarie e perciò la società – e ciò vale per l’Europa come per la Francia. «C’est nous!».
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