Kgb a tutto gas
Un ex cancelliere tedesco che, come ricompensa per i servigi resi a Mosca quando era capo del governo, diventa un pagatissimo dipendente di un ex agente sovietico del Kgb divenuto capo di Stato, il quale alla testa del comune consorzio d’affari nomina un altro tedesco, ex agente dei servizi segreti della disciolta Germania Est. Non c’è solo il braccio di ferro fra la Gazprom di obbedienza putiniana e il governo ucraino del presidente Yuschenko, conclusosi per il momento con un esito in chiaroscuro, a tenere in allarme chi ha occhi per vedere. Quel che sta succedendo nel Nord Europa, là dove l’Unione Europea confina con quelle che furono le marche dell’Impero sovietico, è infinitamente più allarmante per i destini del continente di quanto lo sia la lite russo-ucraina.
Un gasdotto per tagliare fuori Polonia e paesi baltici
La pietra dello scandalo si chiama Condotta nord-europea del gas, l’oleodotto russo-tedesco che Gerhard Schroeder ha fortissimamente voluto quando era capo del governo, e della cui realizzazione ora beneficerà personalmente essendo stato assunto come presidente del Consiglio di sorveglianza della società mista a maggioranza russa appositamente creata. Per la bazzecola di 1 milione di euro all’anno esentasse versati in Svizzera (secondo rivelazioni della Bild), l’ex cancelliere opererà al servizio di Gazprom, il gigante russo dell’energia in teoria controllato dallo Stato, in pratica dai siloviki, il clan di ex agenti del Kgb e della Stasi amici di Putin. La compagnia russa detiene il 51 per cento del capitale del consorzio creato per realizzare il progetto (il resto ce lo mettono due aziende tedesche, E.On e Basf). Schroeder ha firmato l’accordo esecutivo con Putin a Berlino l’8 settembre, una settimana prima delle elezioni che l’avrebbero visto uscire di scena; tre mesi dopo a dare l’annuncio della sua nuova carriera imprenditoriale made in Russia sono state due agenzie di stampa moscovite, Prime-Tass e Interfax.
La principale caratteristica degna di nota del nuovo oleodotto è che congiungerà la città russa di Vyborg con quella tedesca di Greifswald dopo aver corso per 1.200 km sul fondo del Mar Baltico, aggirando i tre paesi baltici e la Polonia che si trovano lungo la direttrice naturale fra Russia e Germania. Sarà uno degli oleodotti più costosi, ambientalmente rischiosi e di difficile manutenzione della storia. Costerà 4 miliardi di euro, cioè parecchie volte di più di quanto sarebbe costato raddoppiare o prolungare uno dei vari metanodotti che attualmente attraversano la Polonia. Schroeder si è giustificato definendolo indispensabile agli «interessi tedeschi di sicurezza energetica». In realtà il progetto è indispensabile soprattutto alla credibilità della politica russa del ricatto energetico inaugurata quest’anno da Putin e soci. Politica in base a cui si è cercato di punire l’Ucraina per la sua rivoluzione arancione filo-occidentale portando a 230 dollari il prezzo del metano ad essa venduto, mentre la fedele Bielorussia del dittatore Lukashenko viene premiata mantenendo fisso anche per il 2006 il prezzo politico di 49 dollari da essa pagato per il gas russo, e la Polonia e i paesi baltici vengono puniti per avere aderito a Unione Europea e Nato con l’esclusione dall’affare del nuovo oleodotto. Schroeder, ex capo di governo di uno dei paesi membri più importanti di Ue e Nato, ha reso politicamente possibile tutto questo e ora lo garantisce anche da privato.
C’era una volta la Stasi
Certo, non è l’unico tedesco alla mensa della Gazprom: lo ha preceduto Mathias Warnig, responsabile della filiale russa della Dresdner Bank e grande amico di Putin. Secondo alcuni i due si sarebbero conosciuti a Dresda nell’ottobre 1989, quando Warnig era un maggiore dell’Hva (entità della Stasi) incaricato dello spionaggio industriale nella Germania Ovest e Putin il responsabile di un’operazione del Kgb che aveva l’obiettivo di trasferire all’apparato sovietico le spie della Ddr nella Repubblica federale e i migliori agenti della Stasi; secondo altri si sarebbero conosciuti a San Pietroburgo nel 1991, quando il futuro presidente russo lavorava presso l’ufficio del sindaco e Warnig era appena stato assegnato al suo incarico per la Dresdner Bank: solo allora avrebbero scoperto di conoscersi, in un certo senso, già da tempo. Sta di fatto che da allora la Dresdner Bank ha moltiplicato i favori di tutti i generi a Putin: da quelli personali (l’ospedalizzazione in Germania della moglie del presidente russo ferita in un incidente e la copertura di molte spese delle due figlie di Putin mentre studiavano in terra tedesca) a quelli propriamente bancari. Nel 2003 una sua consociata, la Dresdner Kleinwort Wasserstein, ha prestato 1,75 miliardi di dollari alla Gazprom. Nel 2004 la stessa consociata ha aiutato il ministero della Giustizia russo a realizzare lo smembramento della Yukos, confiscata dopo la condanna e l’internamento in Siberia del suo patron Mikhail Khodorovsky, condannato per corruzione ed evasione fiscale, ma colpevole soprattutto di aver finanziato gli avversari di Putin alle elezioni presidenziali. Ad avvantaggiarsi della Waterloo giudiziaria della Yukos è stata in particolare la Rosneft, azienda petrolifera di Stato presieduta da Igor Sechin. Il caso vuole che si tratti del vice capogabinetto di Putin e che una sua figlia abbia sposato un figlio del Procuratore generale di Mosca, cioè l’uomo che ha scatenato la giustizia contro Khodorovsky.
Per questi e altri servizi nel febbraio scorso Warnig è stato nominato a far parte del Consiglio di amministrazione della Gazprom, poi in settembre, contestualmente alla firma dell’accordo russo-tedesco, capo esecutivo del consorzio per la realizzazione della Condotta nord-europea del gas. In dicembre Gazprombank, istituto di credito controllato dalla Gazprom e terza banca di Russia, ha annunciato che Dresdner Bank aveva deciso di acquistare un terzo della sua proprietà, per un valore di 800 milioni di dollari: della serie “Conflitto d’interessi, che cos’è?”.
Due che hanno capito
Il bello di tutta questa faccenda è che Gazprom non è affatto un’azienda sana e affidabile, anzi: a sentire gli analisti è una delle meno efficienti del settore, come dimostra il fatto che nel 2004 l’aumento dei costi di gestione (+30 per cento) è stato superiore a quello dei profitti (+24 per cento). Però è un’azienda che pensa in grande, intenzionata a costruire nuovi oleodotti in Europa e in Asia, a entrare nel campo della distribuzione diretta oltre che delle forniture (l’Italia è uno dei primi mercati a cui mira) e a diventare una blue chip dei mercati azionari internazionali. Per realizzare questo può contare sulla sinergia, chiamiamola così, fra mondo politico, economico e giudiziario che il sistema Putin tanto efficacemente ha promosso. Quando una compagnia russa o straniera deve conferire con Gazprom ai massimi livelli, l’appuntamento è con Dmitry Medvedev, che è anche il capo dello staff di Putin; il Procuratore di Mosca che ha fatto a pezzi Khodorovsky e la sua Yukos è lo stesso che per anni ha inquisito per corruzione l’ex primo ministro ucraino Yulia Tymoshenko (protagonista della “rivoluzione arancione” ma costretta alle dimissioni nel settembre scorso dal presidente Yuschenko), per poi proscioglierla il giorno di Natale per “scadenza dei termini di prescrizione”. Guarda caso, la Timoshenko si era da poco pronunciata a favore delle tesi russe nel braccio di ferro che opponeva Kiev e Mosca circa il rincaro delle tariffe del metano. Roman Abramovich, che è uomo di mondo, quando la Gazprom un anno fa mise gli occhi sulla sua Sibneft, compagnia petrolifera ben più efficiente del gigante del gas che pretendeva di acquistarla, non ci mise più di un attimo a decidere di vendere. Mosca lo premiò con la cifra record di 13 miliardi di dollari.
Pare impossibile, ma la bella compagnia con cui Schroeder, stimato esponente della socialdemocrazia europea, ha deciso di imbarcarsi è proprio questa. E non è da escludere che altri politici o ex politici europei dopo di lui cederanno ai corteggiamenti di Putin, impegnato a realizzare il suo grande disegno di espansione dell’influenza russa attraverso l’uso politico della carta energia. In fondo, Putin e soci hanno trascorso la prima parte della loro vita a reclutare occidentali nell’interesse di Mosca. Sono vecchi del mestiere.
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