L’ inferno sopra Kabul
Atlanta (Georgia, Usa). La strategia occidentale cerca di evitare che l’iniziativa di bonifica globale del terrorismo e degli Stati connessi si traduca in una guerra di religione, cristianesimo contro islam. Ed è razionale sperare che tale impostazione riesca ad avere successo. È infatti necessaria per incorporare i regimi arabi moderati nella coalizione e farli collaborare, politicamente e tecnicamente, alle operazioni. Ma non sarà così facile, per i seguenti motivi. Il linguaggio politico esplicito occidentale ha operato una distinzione netta tra islamici buoni e cattivi. Ma i simboli messi in campo sono da “Crociata”: Dio non è neutrale (Bush); l’inno più cantato dagli americani sia nel lutto sia nel supporto alla mobilitazione militare è: God Bless America (Dio benedica l’America). Gli Stati Uniti sono una società in maggioranza molto religiosa e il simbolismo cristiano, pur controllato politicamente in alto, pervade la mobilitazione in basso. Ma poniamo di riuscire a moderare questo fenomeno. Resterebbe il fatto che la scala dell’iniziativa implica il riordinamento di decine di Paesi islamici ove operano movimenti, a parte le teste delle cellule terroristiche, che si ispirano al fondamentalismo. Questi non sono terroristi, ma li vedono come eroi. Tale massa di popolazione è notevole. E se anche l’Occidente non vorrà lanciare una guerra di religione, saranno le èlite fondamentaliste musulmane, pressate dalla frizione occidentale, a farlo e a trovare ampio consenso. Cosa che renderà molto difficile per i moderati restare al potere. Il rischio è evidente. Complicato dal fatto che i moderati stessi non necessariamente gradiscono un’intrusività così forte degli occidentali nei loro affari interni. L’idea, infatti, è quella di bonificare il terrorismo obbligando gli Stati islamici ad accettare uno standard di buon comportamento. Che implicherà una sorveglianza continua, cioè un condizionamento della sovranità. Con la possibilità di usarlo anche per altri motivi, per esempio un migliore controllo del prezzo del petrolio o divieti geopolitici. Non è quindi interesse dei moderati stessi che l’Occidente estenda su di loro un ombrello imperiale.
Quel muro teocratico
La Turchia di Kemal Ataturk, negli anni ’20, ha fornito uno splendido esempio di come la cultura islamica può essere domata dalle regole di uno Stato moderno. Ma è l’unico, con l’eccezione dei regimi baathisti in Siria ed Iraq e quelli laicisti in Egitto ed Algeria, ma questi poi ri-islamizzati. Di fatto il sistema globale ha a che fare con quasi un miliardo di musulmani di cui solo pochi regolati da istituzioni realmente secolarizzate. E queste poche piuttosto instabili (Indonesia, Malaysia, Pakistan, la Turchia stessa). È un’area culturale dove non c’è la separazione tra Stato e Chiesa con tutto ciò che questo implica. Soprattutto è una religione aggressiva, basata sulla conquista del mondo per la gloria del loro dio e, cosa non del tutto capita dai cristiani, ispirata da una teologia prescrittiva che vieta qualsiasi compromesso. Densa di fedeli in stragrande maggioranza imprigionati nel sottosviluppo e senza gioie e preoccupazioni di cultura materiale. Niente, per altro, che il capitalismo non possa conquistare. Qualsiasi islamico, come un cristiano o un buddista, posto di fronte alle opportunità del capitalismo, le prende e si modernizza di conseguenza. Ma prima di farle arrivare in quest’area geopolitica bisogna passare oltre il muro di sistemi politici di fatto teocratici, dove la ragione coranica prevale su qualsiasi altra cosa. Poniamo di riuscire a smussare qualsiasi bordo culturale e politico, resterà comunque l’anomalia di un islam stonato nel concerto della globalizzazione dominata dai criteri occidentali e capitalistici. Che, da una parte, hanno secolarizzato il cristianesimo, ma, dall’altra, lo hanno rinforzato come codice di valori universali perché veicolato nel pianeta attraverso la potenza tecnica e militare dell’Occidente stesso. Che ora, appunto, si sta scaricando, pur con intenzioni cooptative, addosso a tutto il mondo islamico, volendo distinguere quale sua parte sia buona e quale cattiva. Non è improbabile che il martello venga scambiato per croce. In conclusione, non basterà solo essere accorti diplomaticamente per evitare un conflitto di civiltà e relativo rischio di guerra estesa. È un problema diabolico. Io non sono granché bravo e non trovo altra soluzione realistica che quella di rinforzare il bastone per tenere sotto controllo preventivamente questo eventuale caso peggiore. Ma non sono irriflessivo: chi è più bravo, tiri fuori soluzioni pacifiche veramente raffinate perché ne avremo un gran bisogno.
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