L’ Islam, l’Italia e scalfari
Professor Melotti, quali problemi solleva la presenza musulmana in Italia e cosa comporterebbe un’eventuale apertura alle rivendicazioni della comunità islamica?
Bisogna fare chiarezza. Nel caso della libertà di culto non si può parlare di concessioni o di aperture: in quanto religione praticata non soltanto da immigrati, ma anche da convertiti italiani, vale il dettato costituzionale. Però la nostra Costituzione non prevede soltanto la libertà religiosa, ma anche tanti altri diritti e tante altre libertà. Questo è un punto che effettivamente può creare qualche problema. Ad esempio, la condizione della donna prevista dalla pratica e, in parte, anche dalla teoria islamica, non è ispirata a quell’uguaglianza piena di diritti sancita dalla Costituzione repubblicana. Si tratta di un caso emblematico di contrasto tra libertà di fede e uguaglianza dei diritti. D’altra parte l’uguaglianza dei diritti deve essere rivendicata da qualcuno per divenire tale. Perciò bisognerebbe che le donne islamiche la rivendicassero. In questo caso, al di sopra della libertà di religione, si porrebbe questo diritto d’uguaglianza che vale per tutti i cittadini. Tuttavia la questione, sul piano giuridico, non è semplice. Chi decide quando, e in che misura, si crea questo contrasto? In ultima analisi la Corte costituzionale. Però la Corte dev’essere investita da un magistrato, a seguito di un ricorso, nell’ambito di un processo.
Sul piano sociale, è chiaro che rispetto alle aspirazioni alla libertà e all’uguaglianza diffuse in larga parte della popolazione italiana, l’islam si presenta su un piano certamente inferiore. E uso questo termine con estrema chiarezza. Perché in questi giorni sulla “supremazia” e sulla “superiorità” si sono dette un sacco di corbellerie. L’antropologia culturale non prevede affatto il relativismo culturale. Il relativismo culturale è una teoria elaborata agli inizi del secolo, riproposta con forza al termine della seconda guerra mondiale da Melville Herskovitz per combattere l’etnocentrismo, ovvero la tendenza soprattutto occidentale (ma in realtà propria d’ogni cultura, compresa quella islamica) a privilegiare la propria mentalità, la propria cultura, la propria civiltà rispetto alle altre. Ma Herskovitz lo elaborò in funzione polemica. In realtà l’antropologia culturale “buona”, compresi la scuola italiana di De Martino e lo studioso europeo più eminente sull’argomento che è Claude Levi-Strauss, ha ribadito che non è affatto impossibile gerarchizzare le società e le civiltà. Il punto è che bisogna sempre chiarire i valori di riferimento. E sapere che non tutti li condividono. Di qui, l’esigenza non tanto di un relativismo culturale, quanto piuttosto di un pluralismo capace di accettare che secondo altre scale di valori le società possono essere gerarchizzate in modo diverso. Certo, se noi gerarchizziamo una società in base al valore delle libertà individuali e collettive, del rispetto del diritto altrui, è ovvio che la civiltà occidentale, pur avendo conosciuto nel secolo passato tragiche cadute (con i totalitarismi), è superiore alle altre. Perlomeno è ovvio per chi privilegia i valori della persona umana e della libertà. Se poi vogliamo privilegiare invece la capacità di vivere con strumenti semplici, in ambienti difficili come quelli delle foreste, allora probabilmente la cultura degli scimpanzé sarebbe superiore a quella occidentale…
Come mai allora questa cattiva memoria di molti commentatori dei media nazionali, soprattutto in seguito alle note dichiarazioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi?
Molti di coloro che si sono stracciati le vesti di fronte all’affermazione di Berlusconi lo hanno fatto solo e semplicemente per strumentalismo. Un discorso legittimo poteva essere quello dell’opportunità politica: una dichiarazione può non essere sbagliata, ma inopportuna per il momento storico. Invece nella polemica e nella guerra delle parole si è dimenticato tutto. Uno che ha dimenticato tutto è Eugenio Scalfari. Ma io, che ho buona memoria, ricordo lo Scalfari del 1967, quando scriveva ancora all’Espresso, che in occasione della guerra arabo-israeliana, pur prendendo le distanze dalle posizioni etnocentriche estreme di Benedetti (l’allora direttore del settimanale), era su posizioni opposte rispetto ad oggi. Certo, si potrebbe anche pensare che sia maturato. Tuttavia tutto quello che ho letto mi dice che non è maturato affatto…
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