
L’11 settembre visto da Los Angeles
Sto scrivendo questo pezzo da Los Angeles, California, dove mi sono fermato sulla via di ritorno a New York dopo aver trascorso alcuni giorni per una serie di conferenze nella capitale dello Stato più ricco degli Usa, Sacramento, distante soltanto un’ora d’aereo da quest’altra capitale mondiale dell’industria dello spettacolo. Mi interessava molto scoprire come la gente avesse vissuto gli episodi dell’11 settembre qui, nel luogo degli Stati Uniti più remoto rispetto a dove sono accaduti (con l’eccezione naturalmente delle Hawaii). E non solo per distanza geografica. Il sud della California è radicalmente diverso da qualsiasi città del nord anche per il suo deliberato disprezzo della storia e del peso del passato, per la sua pretesa di rendere possibile uno stile di vita capace di soddisfare ogni desiderio di svago e piacere edonistico senza alcuna seria conseguenza, purché non manchino soldi, fascino e giovinezza. Certamente la televisione ha reso gli eventi dell’11 settembre più vicini a chiunque abbia un regolare accesso ai media, ma il problema è proprio questo. La televisione è diventata la modalità di guardare la realtà, riducendo qualsiasi cosa a una forma di spettacolo. Un’amica mi ha raccontato che gli studenti della scuola dove insegna, la maggior parte figli di famiglie benestanti, le hanno rivelato di essere alquanto annoiati da tutta l’attenzione data alla guerra ai terroristi. Hanno tentato di “cambiare canale”, per così dire. Tuttavia la minaccia è incombente e il giorno del mio arrivo il governatore della California ha annunciato pubblicamente che secondo l’Fbi i grandi ponti sospesi californiani sono gli obiettivi più a rischio di futuri attacchi. La gente sembrava preoccupata, ma non ho potuto evitare l’impressione che qualcuno in un certo senso accettasse di buon grado il pericolo, magari qualche spavento, così, tanto per non restare indietro da quanto sta accadendo “nel lontano est” della costa occidentale Usa. I californiani amano considerarsi alla frontiera del futuro e odierebbero ammettere che oggi, dopo l’11 settembre, quella loro bella atmosfera di divertimento e svago appartiene al passato. Chi pensa che la realtà, il mondo in cui vive, sia interamente una creazione dell’immaginazione umana non riesce a guardare agli attacchi dell’11 settembre e al loro strascico senza ridurli a un “problema” che l’immaginazione creativa dovrebbe essere capace di risolvere, e rapidamente. Dietro allo sforzo di trasformare tragedie che non si sottomettono all’immaginazione in una forma di spettacolo preconfezionato, una “tragedia hollywoodiana”, sta proprio questo.
Esistono tre “elite di potere” negli Usa: il mondo finanziario (con base a New York), il mondo politico (con capitale a Washington) e il mondo dello spettacolo (che ha la sua capitale a Los Angeles). L’elite newyorkese considera le minacce terroristiche innanzitutto come una sfida economica: poiché il terrorismo ha colpito l’economia, viene guardato come una grave minaccia. Il mondo politico di Washington risponde riducendo il problema a una sfida politica e militare che va affrontata come tale. Ma cosa pensa la terza elite di potere, l’industria dello spettacolo? Ha bisogno di coinvolgersi con quanto è accaduto ma finché non capirà in che modo, resterà paralizzata dalla confusione tentando di “cambiar canale” o di “cancellare il programma”. Questa più o meno è l’atmosfera che ho respirato a Los Angeles. Domani tornerò a New York, al fumo che continua a salire dalle macerie del ground zero, dove è più difficile sottrarsi all’urto della realtà.
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