La Biennale vive. Il respiro nuovo di Venezia

Di Cwalinski Vladek
05 Luglio 2007

In Italia scrivere contro la Biennale d’Arte di Venezia è una sorta di sport nazionale, in cui gli addetti ai lavori si allenano con cadenza regolare. E però quest’anno qualcosa appare destinato a cambiare, perché questa cinquantaduesima edizione vale ben più che un giro frettoloso lungo le calle della città lagunare.
Lo scopo di una Biennale è quello di “tastare il polso” dell’arte contemporanea nel mondo, presentandola così come è emersa negli ultimi due anni, e non certo quello di storicizzare un percorso, come avviene in un museo, oppure una tendenza, come in una qualsiasi mostra. Per questo l’esposizione va osservata e vissuta nell’insieme, lasciandosi colpire dalle opere più affascinanti. L’esposizione sparsa nei palazzi di tutta la città, che conta anche due vastissime aree allestite all’Arsenale e ai Giardini, non è visitabile in una sola giornata, neanche di corsa. Occorrono almeno tre giorni. Tre giorni di immedesimazione paziente e “totale”. All’Arsenale quest’anno è stato finalmente ripristinato il padiglione italiano. Qui colpisce in particolar modo l’installazione realizzata da Giuseppe Penone: due tronchi d’albero disposti all’interno d’una sala e, nella successiva, un rivestimento di pelli trattate in modo da sembrare cortecce; per terra una canalina concava in legno dove scorre un rivolo di resina. Sul pavimento sono stati scavati degli anelli annuali come quelli che si osservano quando gli alberi vengono tagliati, in modo che agli osservatori sembri di trovarsi davvero all’interno di un tronco. Le installazioni, infatti, a differenza delle sculture con le quali sono strettamente imparentate, agiscono su un ambiente. Ciò significa che chi le osserva può camminarci dentro e spostarsi al loro interno. Un’installazione può dirsi riuscita appunto quando l’artista riesce a comunicare in modo suggestivo l’idea stessa che l’ha mosso nel realizzarla, come avviene in maniera lineare e piacevole in questo caso.
Notevoli anche le opere del ghanese El Anatsui. I suoi due giganteschi arazzi realizzati con decine di migliaia di etichette, o rivestimenti di tappi di champagne cuciti insieme, a formare un disegno proprio come un tappeto coinvolgono immediatamente il visitatore. In questi lavori i materiali di recupero sono utilizzati per creare qualcosa di gradevole agli occhi e il loro valore sta proprio nel fatto che il risultato finale è bello e armonico, più che nella ragione “etica” che i materiali utilizzati sono di recupero.
Coinvolgente è anche l’esperienza delle sculture del viennese Franz West che, attraverso l’utilizzo sapiente di cartone e plastica, danno l’impressione di trovarsi di fronte a giganteschi minerali colorati. Per quanto riguarda la pittura, invece una piacevole sorpresa è costituita dai dipinti dell’indiano Riyas Komu. Grandi volti femminili velati e dall’aria malinconica che sembrano dipinti con un soffio d’aria tanto sono evanescenti. Opere che dimostrano che la pratica del dipinger bene non è per forza merce rara. Tra le fotografie spicca il lavoro su Beirut di Gabriele Basilico, che ha fatto delle città il fulcro della sua poetica. Ci si trova così di fronte a immagini che restituiscono la compostezza e l’equilibrio d’una veduta settecentesca d’un Canaletto o d’un Bellotto.
La seconda parte della mostra, situata presso i Giardini, cattura immediatamente l’attenzione con le opere del tedesco Sigmar Polke: grandissimi dipinti realizzati a olio e pigmenti viola su tela con alcune figure umane bianche, tratte da stampe o da antiche illustrazioni. Bellissimi, come lo sono le opere di Gerhard Richter, uno dei più importanti pittori al mondo che, con i suoi intarsi di colori, è riuscito a realizzare qualcosa di veramente nuovo nell’ambito della pittura astratta. Non mancano poi le rigorose composizioni geometriche di Ellsworth Kelly. La presenza di questi nomi di grosso calibro offre quest’anno (finalmente) una buona rappresentazione delle tendenze della pittura e la linea individuata dai curatori appare valida e credibile. Non mancano dei graffiti tridimensionali, dalle tinte sgargianti su legno laccato della newyorkese Elizabeth Murray. Ad alcuni bambini piccoli, di tre quattro anni, questi lavori piacciono molto, li guardano e, per la disperazione dei loro genitori, fanno di tutto per andare a toccarli. È un ottimo segno: quando ai bambini piace l’arte contemporanea, quella che si prefigge d’esser giocosa, vuol dire che l’artista è riuscito nel suo intento.
Tra i numerosi padiglioni nazionali, invece, merita di certo una visita quello della Cina, situato in un grande capannone industriale presso l’Arsenale, consistente in una miriade di grandi bussolotti decorati con vari colori e appesi orizzontalmente con fili invisibili sotto le travi del soffitto. Notevole anche il padiglione spagnolo con alcuni video di vario tipo che sperimentano una sinergia tra l’immagine, la parola e il suono. Tra questi un paio sono molto divertenti, interpretati da comici che si fanno beffe a parole del sistema dell’arte contemporaneo.
Importante è stata anche la riapertura del padiglione Venezia che mancava da diversi anni. Dedicato all’opera di Emilio Vedova, artista veneziano scomparso quest’anno, presente con uno dei suoi grandi dischi dipinti, insieme alle opere del tedesco Georg Baselitz. Nel complesso questa Biennale soprende dunque positivamente, soprattutto perché, pur nella molteplicità dei linguaggi, almeno nelle grandi mostre dell’Arsenale e dei Giardini, offre un criterio estetico legato, pur con le inevitabili cadute di stile, alla bellezza delle opere e non semplicemente alla trasgressione.

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