La bolla etica
Al momento in cui questo numero di Tempi va in stampa, abbiamo qualche dubbio e molte certezze. I dubbi, chiaramente, sono legati all’andamento delle indagini sul caso Parmalat e agli sviluppi che le stesse potranno riservare con il passare delle ore e degli interrogatori. Le certezze, invece, sono tutte qui in fila. Granitiche, schierate come una falange di opliti, inamovibili. Primo: quello dell’azienda di Collecchio è il peggior crac industriale-finanziario che questo disgraziato paese, patria del crac del Banco Ambrosiano e della Guardia di finanza che utilizza gli uffici Mediaset come propria sede distaccata, abbia conosciuto. Un buco di denaro non ancora quantificato e quantificabile precisamente ma che potrebbe tranquillamente raggiungere i 13 miliardi di euro, alla faccia della maxi-tangente Enimont che ha trasformato l’Italia in un tribunale a cielo aperto e falcidiato un’intera classe politica in nome di una presunta “questione morale”. Un dato su tutti può dare la misura dello scandalo, il paradigma della follia kafkiana di quanto accaduto in questa Enron padana. Dopo dieci giorni di interrogatori, infatti, i pm hanno scoperto il che il padrone di mezza Parmalat era tale Angelo Ugolotti, anonimo capo dei fattorini e dei centralinisti nonché consigliere in almeno 25 società del gruppo. Di più. In quale paese, in quale caso di bancarotta si arriva al punto di passare un’intera giornata a rimpallarsi responsabilità, in una sorta di un-due-tre stella di smentite e conferme, su una questione contingente e verificabile come l’esistenza di un conto? Già, perché il Comitato dei Creditori di Parmalat è certo di aver individuato il tesoro dei Tanzi (7 miliardi di euro sono nei conti generali della Bank of America, investiti in titoli obbligazionari Usa) ma tutti negano. O peggio, tacciono. Tecnicamen-te, i soldi sono stati trasferiti negli Usa da dieci diversi istituti creditizi italiani, che hanno convertito in dollari gli oltre 7 miliardi di euro tramite le rispettive banche corrispondenti negli States. Ci sono o no questi soldi? Mistero. Abbiamo qualche altra certezza, inquietante se ci permettete: come mai Goldman Sachs e Mediobanca non hanno mai collocato nemmeno un bond della Parmalat di Calisto Tanzi? Preveggenza? Fortuna? Snobismo? Chissà, certo altri istituti di credito non hanno perso tempo nel collocare ai propri risparmiatori i junk bonds (bond “spazzatura”) di Collecchio, salvo ora definirsi “parte lesa”. Qualcuno, poi, è andato anche oltre. Parliamo di Capitalia, quarto gruppo bancario italiano (che vede Calisto Tanzi esposto nei confronti dell’istituto per 393 milioni di euro) e punta di diamante dell’impero di Cesare Geronzi, deus ex machina dei giochi di potere capitolini e protetto di Antonio Fazio. Guarda caso gli inquirenti parmensi hanno scoperto, nel silenzio complice della stampa avida di manchettes pubblicitarie, il filone Eurolat, società che detiene i marchi Polenghi Lombardo e Centrale del latte di Roma e che nel giro di due anni (1998-1999) è passata dal controllo del già fallito Cragnotti a quello di Tanzi. Cosa c’entra Capitalia? Leggete qui. Cresciuto a dismisura in un tourbillon di società lussemburghesi, il gruppo C&P (Cragnotti & Partners) esorbita anche sul fronte dei debiti: un impero che non produce utili, a corto di liquidità e che crea imbarazzo nelle grandi banche come Swiss Bank e Crédit Lyonnais che fuggono a gambe levate. Anche Popolare di Milano, Falck, Sirti, Banco di Napoli escono di scena. L’unico socio che non si lamenta è l’allora Banca di Roma, poi Capitalia: l’istituto di Geronzi soccorre un Cragnotti sempre più al verde facendo accollare a qualcun’altro un po’ di debiti della Cirio e dando un po’ di ossigeno all’azienda. A chi? Ma a Calisto Tanzi da Collecchio, buon cliente di Banca di Roma, e patron di Parmalat. È lui che «copre» i problemi di Cragnotti acquistando Eurolat per la modica cifra di 760 miliardi di vecchie lire . Geronzi tesse la tela, le imprese di Cragnotti vanno avanti, quelle di Tanzi pure. Per poco, come i default ci stanno dimostrando in questi giorni, ma Capitalia non sa, non c’entra, non va nemmeno nominata. Non c’entra nemmeno nel caso Ciappazzi, ovvero il fallimentare ingresso dei Tanzi – questa volta come famiglia e non come gruppo Parmalat – nel mondo delle acque minerali e delle bibite. Nel 2002 il patron Calisto rileva le attività del gruppo insieme ai marchi delle acque Artemisia e Roccabianca, acquistando di fatto una fetta dell’impero di Giuseppe Ciarrapico, la Siciliana Acque Minerali di Terme Vigliatore (Messina). Tutta l’operazione, di cui stranamente non è stato reso noto il valore (ma ai magistrati Tanzi ha parlato di «un prezzo elevatissimo rispetto al valore reale»), venne gestita dalla Banca di Roma attraverso un’intricata ragnatela di scatole cinesi (14 società) che garantì il buon fine dell’acquisizione. Affare strategico? No, l’interesse di Geronzi era soltanto quello di chiudere la vicenda Ciarrapico e Tanzi, membro del cda di Capitalia, fu chiamato a “contribuire” alla chiusura del caso.
Meglio premetterlo: per questo tracollo che ha gettato nel panico 100mila piccoli e medi risparmiatori non c’è un solo responsabile, ma molti. Peccato che, ascoltando i protagonisti e i comprimari, nessuno sembra sapere nulla. Una sfilata di vergini vestali, di fiori candidi che sbocciano puri sulla scarpata ferroviaria di questo capitalismo sozzo e provinciale. Nessuno sa, nessuno ha colpa. Sicuramente la colpa non è di Calisto Tanzi, secondo il quale tutti i conti erano a posto, i soldi c’erano e se non c’erano lui non c’entra perché facevano tutto i suoi manager. Un uomo che non sa spiegare come si possa generare un buco da 3000 miliardi di vecchie lire nel comparto turistico dell’azienda, vero pozzo di queste triangolazioni infragruppo più simili a delle scatole cinesi che all’organigramma di una major. Addirittura, pover’uomo, si è detto pronto a offrire tutto quanto in suo possesso (un paio di barche e carta straccia stando alla sdegnata risposta datagli dall’amministratore straordinario di Parmalat, Enrico Bondi) per venire incontro ai risparmiatori truffati: perché, per fare questo, non spiega dove ha messo i soldi invece di offrire bialberi? Come si può far sparire il corrispettivo di una Finanziaria da pentapartito senza sapere dove sono finitii soldi, chi li ha trattati e come? Certamente poi non è colpa di Fausto Tonna, il ragioniere con il vizietto della finanza creativa in fatto di bilanci, il direttore finanziario di Parmalat che ha augurato ai giornalisti una morte lenta e dolorosa (peccato che sia la stessa fine cui vanno incontro i possessori di bond Parmalat) e che ha scaricato tutte le responsabilità su Tanzi: lui rispondeva ad ordini superiori, era una specie di automa che non capiva quando si stesse superando il confine non della moralità ma del codice penale. Della serie, se gli dicono “buttati dalla finestra”, lui lo fa: può uno così essere il grande burattinaio? No, per carità, lui non c’entra: lui è come Eichmann, rispondeva agli ordini in ossequio al credo Parmalat di “mungere, esportare e occultare”. Dai risentiti comunicati stampa dell’Abi abbiamo poi compreso che non è colpa delle banche. Anzi, gli istituti di credito sono “parte lesa” in questa vicenda. Non importa che abbiano smerciato immondizia ai risparmiatori spacciando la stessa per investimenti un po’ più rischiosi della media ma nemmeno troppo, loro non c’entrano: se le società di rating danno una tripla “B” alla Parmalat loro si fidano e consigliano. A parte il fatto che se fossero state così buone non si capisce perché quelle azioni non siano finite nel portafoglio delle banche stesse, verrebbe spontaneo di fondare una società di rating: basta certificare che la pizzeria all’angolo capitalizza come Microsoft e assegnarle una bella tripla “A” di valutazione per svoltare e diventare re del mercato. Le banche, d’altronde, si fidano ciecamente. Loro sono parte lesa, non importa che per un 30% di presunte lesioni subite – ovvero l’esposizione residuale nei confronti dell’azienda non coperta dall’emissione di bond e quindi dalle percentuali guadagnate sulle transazioni ai consumatori gabbati – ci sia un 70% di lesioni per i risparmiatori derivanti proprio dal comportamento degli istituti di credito: ognuno è leso a modo suo. Non importa che il 18 giugno Parmalat abbia emesso un nuovo bond da 300 milioni di euro che venne interamente sottoscritto da Nextra, la società di asset management di Banca Intesa che nello stesso periodo scese sotto il 2% del capitale di Parmalat. Si tratta di un’operazione singolare perché l’affidabilità del gruppo di Collecchio era già sotto osservazione. Assogestioni (l’associazione dei fondi comuni di investimento) aveva lanciato il 5 marzo l’allarme sulla scarsa trasparenza di Parmalat con una lettera indirizzata a Tanzi, Consob e Borsa spa. Un mese dopo Nextra cede il bond Parmalat che aveva sottoscritto a giugno. Nextra avrebbe guadagnato 5 punti sul valore del titolo, acquistato a 98 e rivenduto a 103 punti per singolo contratto. Un’operazione che fin dall’inizio non passò inosservata e finì anche sull’agenda del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Al Comitato interministeriale per il credito e il risparmio dell’8 luglio Giulio Tremonti si attende un chiarimento da parte di Bankitalia sul ruolo della vigilanza nel caso dei Cirio-bond. Ma ha già acceso i fari su Parmalat e in tasca ha un appunto proprio sul «bond fantasma» (così lo definì Il Sole-24 Ore) da 300 milioni di euro che fu annunciato, poi svanì e infine fu sottoscritto privatamente da Nextra. Cosa è successo nel gruppo Intesa nell’intervallo di tempo tra il 18 giugno (sottoscrizione), l’8 luglio (riunione del Cicr) e la data di cessione del bond? E chi ha comprato i bond da Nextra? Indiscrezioni parlano di tre istituti: Banca Popolare di Lodi, Morgan Stanley e Deutsche Bank. DB il 15 settembre sottoscrive un intero bond da 350 milioni di euro, lo stesso giorno Standard & Poor’s rivede al ribasso, da positivo a stabile, l’outlook del gruppo. Ma l’attivismo non si ferma e due mesi dopo, il 25 novembre, Deutsche Bank sale al 5,15% del capitale. Qualche settimana dopo, il 14 dicembre trapela l’indiscrezione che DB ci ha ripensato e la sua partecipazione è scesa. Il 31 dicembre l’Ansa spiega che «è finito il 19 dicembre l’intervento della Deutsche Bank nella crisi Parmalat. In quella data infatti, Deutsche è scesa sotto la soglia del 2% nella Parmalat Finanziaria». Come mai questa strana corsa a ostacoli, questo tira e molla? E Consob? E Bankitalia? No, non c’entrano neanche loro. Non importa che Consob non faccia il suo dovere, ovvero controllare, perché non legge gli appunti che le arrivano dal ministero, perché non ha autonomia da Palazzo Koch e perché non ha potere sanzionatorio. E non importa che il pio Fazio, nonostante l’avvento dell’euro abbia spogliato l’istituto che presiede da molte responsabilità lasciandogli solo quelle di controllo sulle banche, non si sia accorto di nulla, preso com’è nel fare la guerra a Tremonti. Lui di quella riunione del Cicr dell’8 luglio scorso non ricorda nulla, come non ricorda come sia stato possibile per le banche piazzare ai risparmiatori bond Cirio quando il default dell’azienda era ormai imminente. Nulla, vergini vestali: loro potevano “non sapere”.
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