La buro-Ue uccide l’innovazione
All’inizio hai l’impressione di parlare con un tizio che vuole convincerti che la Terra non è tonda. Ma man mano che il discorso si approfondisce ti rendi conto che davanti a te non hai professore un po’ svitato, ma uno studioso geniale che ha fatto tesoro dell’esperienza delle sue ricerche.
Isaac Getz, franco-israeliano, docente di Management delle idee e dell’innovazione alla Escp-Eap di Parigi, una delle più esclusive scuole di management in Europa, l’ha scritto nel suo libro InnovationsPower (di cui è co-autore con Alan G. Robinson) e l’ha ripetuto dieci giorni fa in un articolo sul Wall Street Journal Europe: la politica europea è tutta sbagliata, credere di poter creare innovazione e per ricaduta crescita economica aumentando gli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&D) e il numero dei brevetti è una tavanata galattica. Sarebbe come, dice, pensare di poter vincere il campionato dell’Nba pagando di più i giocatori e aumentando il numero dei passaggi durante le partite. La differenza, invece, la fa un approccio “aperto” e “partecipativo” all’innovazione, contro l’attuale approccio “chiuso” ed “elitario”. Gli abbiamo chiesto di spiegare meglio quel che pensa e di esprimere un parere sulla realtà italiana. Ed ecco cosa ne è venuto fuori.
Professor Getz, nei suoi libri e nei suoi articoli lei sostiene una tesi singolare: che l’aumento degli investimenti in R&D non è la strada giusta per un recupero di crescita economica attraverso l’innovazione a livello di prodotti e di processi produttivi. Come si spiega questa sua posizione da bastian contrario, così lontana dall’opinione dominante?
Si spiega col fatto che la strategia che lei dice non funziona. Da Schumpeter fino agli studiosi di oggi, siamo tutti d’accordo che l’innovazione di processo e di prodotto è uno dei principali fattori di lungo termine della crescita economica. Ma cosa c’è dietro l’innovazione? Oggi si pensa che essa sia il risultato di maggiori investimenti in R&D, ma è una strada sbagliata. Applicata al mondo delle imprese, che è l’oggetto delle mie ricerche, questa visione la possiamo definire “la strategia del jackpot”: le imprese investono nella loro capacità di generare invenzioni, e sperano e pregano di vincere un giorno la lotteria, di “fare jackpot”. Ma questo non succede, e i fatti si incaricano di contraddire la visione. Prendiamo la DuPont, gigante della chimica: spende 1,6 miliardi di dollari all’anno in ricerca, ma non ha inventato niente di importante dal 1986. E altri esempi potrei fare: la Xerox nell’ultimo decennio, le multinazionali farmaceutiche americane che nell’ultimo decennio hanno più che triplicato i loro investimenti in ricerca, da quasi 10 a più di 30 miliardi di dollari, ma hanno visto scendere il numero dei loro nuovi prodotti rispetto al decennio precedente, da 30 a 24. Sono gli inconvenienti dell’approccio “chiuso” all’innovazione. L’approccio “aperto” è fatto di accordi con altre compagnie più piccole, di acquisti mirati di brevetti altrui e di coinvolgimento dei partner; è un approccio partecipativo, attraverso cui si coinvolgono tutti i dipendenti della ditta e non solo i dirigenti. Qualunque impiegato può avere idee molto importanti per l’impresa, ma per trarre beneficio da esse occorre gestire al meglio il processo partecipativo. Perché se la campagna di comunicazione si limita ad una circolare del presidente del Consiglio di amministrazione che dice «ho bisogno delle idee di ciascuno dei miei dipendenti», non accadrà proprio nulla.
Anche circa i brevetti lei dice: «Quel che importa non è il numero dei vostri brevetti, ma il numero di citazioni dei vostri brevetti da parte di altri». Perché?
Perché non c’è nessuna correlazione fra il numero delle domande di brevetto di un’impresa e l’andamento dei suoi profitti, mentre c’è una correlazione statistica dimostrata fra alti profitti di una compagnia e l’alta frequenza con cui un certo brevetto appartenente a quella compagnia viene citato nelle domande di brevetto di altri inventori. Vede, tutta questa corsa al brevetto si è scatenata perché i responsabili della spesa in R&D delle varie imprese dovevano giustificare il fatto che erano spese somme enormi senza che ne venissero fuori prodotti o servizi tangibili, senza che l’impresa guadagnasse denaro. Dovevano mostrare dei numeri per provare che quegli investimenti davano un ritorno, e allora hanno cominciato a contare i brevetti, ma è un gioco stupido, perché i brevetti non contribuiscono di per sé alla crescita, e non sono nemmeno un’efficace forma di protezione delle attività industriali: è stato dimostrato che su 130 linee di prodotti soltanto in 4 casi il brevetto di è dimostrato una protezione efficace. E soprattutto perché, come ho detto all’inizio, la correlazione che può essere statisticamente dimostrata non è fra numero dei brevetti e profitti, ma fra citazioni di un determinato brevetto all’interno delle domande di brevetto di altri applicanti e i profitti di chi lo ha inventato per primo: in altre parole, ciò che rafforza la vostra posizione non è la quantità totale di invenzioni che fate, ma la loro rilevanza per il mondo esterno.
Lei pensa che l’America sia più avanti dell’Europa quanto a filosofia dell’innovazione?
Non esattamente, ci sono ottimi esempi di innovazione sia in Europa che in America, semplicemente in America gli esempi sono più numerosi perché la sua economia è più grande e diversificata, il settore statale è più piccolo, e quindi c’è maggiore sperimentazione. Ma gli esempi positivi abbondano anche in Giappone o in Europa, penso alla Stm franco-italiana. Perché la cultura manageriale che può essere sviluppata dentro ad un’azienda conta più della cultura dominante nel contesto locale. Qualunque sia l’ambiente circostante, il management di una sussidiaria, o di una divisione produttiva, può sempre sviluppare una politica sana di innovazione e crescita. Nei miei ultimi lavori ho usato un tono provocatorio su R&D e brevetti perché ho letto il rapporto della Commissione europea che indica le linee guida su queste materie, e ho visto che si tratta del vecchio modo di pensare, che ha già consumato un mucchio di denaro e di energie senza nessun vantaggio.
L’economia italiana è centrata fondamentalmente sulla Piccola e Media impresa (Pmi). Pensa che sia in grado di affrontare la sfida dell’innovazione, oppure la dimensione ridotta delle imprese rappresenta un impedimento, perché impedisce di sopportare i grossi costi necessari e di realizzare economie di scala?
Non conosco il sistema produttivo italiano specificamente, ma quel che le posso dire vale per tutte le Pmi, in Italia e altrove. Le economie di scala giocano a favore delle grandi imprese e permettono loro di realizzare maggiori profitti nel breve termine, ma nel lungo termine quel che conta è l’innovazione, e da questo punto di vista le Pmi sono meglio posizionate delle grandi imprese. Perché una piccola azienda è più agile di una grande, ha una percezione più tempestiva delle esigenze ambientali, reagisce più rapidamente e può dare applicazione a nuove idee più rapidamente di un’impresa gigantesca, dove bisogna sempre fare i conti con la forza d’inerzia. Anche le grandi aziende come 3-M o General Electric tendono a dividere la compagnia in unità più piccole, chiedendo loro di agire come aziende autonome, perché sanno che così è più facile arrivare all’innovazione. Dunque la dimensione più piccola non è uno svantaggio, ma un vantaggio in materia di innovazione. Direi che per l’economia italiana è importante uscire dalle produzioni tradizionali, dove il mercato è dominato dalle grandi aziende, e occupare quelle nicchie dove la capacità di innovazione delle Pmi italiane può dare il meglio di sé.
E l’Europa in generale cosa dovrebbe fare di diverso da quel che affermano i rapporti della Commissione europea?
Smettere di classificare le imprese e i paesi in base alla quantità di spesa in R&D e al numero di richieste di brevetto, e formulare delle classifiche più intelligenti, che ci dicano quali sono le imprese e i paesi che riescono in materia di innovazione. Dalle classifiche attuali veniamo a sapere solo chi è che ha sprecato di più.
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