La campana serba
In Kosovo si stanno affrontando due comunità sull’orlo dell’esasperazione, serbi e albanesi. Per rendersi conto di quella dei serbi basta ascoltare padre Ksenofont, monaco ortodosso del monastero Visoki di Decani, ai confini col Montenegro: «In Kosovo è in corso una vera e propria pulizia etnica. Ci hanno bruciato almeno venti chiese e il nostro stesso convento è stato fatto segno a colpi di mortaio. Ma tutte le bombe sono cadute fuori dalle mura, è stato un vero miracolo per intercessione del santo re Stefano. La chiesa di Djakovica è stata incendiata, a Prizren è stato tutto incendiato, pure il monastero dei Santi Arcangeli. Però noi rimaniamo qua, costi quel che costi, non ci faremo evacuare dalla Nato come è avvenuto per i serbi di Caglavica, Gnjilane, Vitina, Belo Polje, Prizren, dove interi villaggi sono stati bruciati».
«Hanno deciso di farci fuori, la Kfor (il contingente Nato d’interposizione, ndr) fa troppo poco. I ragazzi italiani del contingente di pace qui sono molto bravi, vogliono difenderci, però non so quali saranno gli ordini. In molti luoghi abitati da serbi la parola d’ordine è ritirarsi. Noi non vogliamo assolutamente andare via». Se questi sono i sentimenti di un monaco, immaginate cosa ci sarà nella testa e nel cuore degli altri serbi.
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