La Caracas dei no-global

Di Stefanini Maurizio
06 Marzo 2003
Licenziamenti di massa, minacce, attentati. Il compagno Chavez, idolo di Porto Alegre, traghetta il Venezuela in un mix di fascismo e stalinismo bananiero

C’è chi marcia, c’è chi ci marcia. Mentre il mondo manifesta sull’Irak, Hugo Chávez approfitta del fatto che quasi più nessuno si accorge di quello che sta succedendo in Venezuela, e scatena le sue vendette. Prima, c’è stato il licenziamento in tronco di 12.000 dipendenti della Pdvsa, la società petrolifera di Stato, rei di aver aderito al lungo sciopero contro il suo regime. Poi l’istituzione di un regime di controllo di cambi sulla valuta straniera che è servito al presidente per annunciare che gli imprenditori a lui ostili non avrebbero più ricevuto “neanche un dollaro”. Dopo ancora è venuto l’ordine di arresto per Carlos Fernández e Carlos Ortega, i due leader della protesta. Carlos Fernández, presidente di Federcámaras, la confindustria venezuelana, è finito in galera. Carlos Ortega, leader del grande sindacato Ctv, è entrato in clandestinità. Quando poi sono arrivate le relative proteste dei governi di Spagna e Colombia e del presidente dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) César Gaviria Trujillo, Chávez li ha riempiti di insulti. Infine, un’altra raffica di ordini di arresto ha colpito manager “ribelli” della Pdvsa. Ma licenziamenti, minacce, arresti e insulti non sono tutto. Più inquietante, c’è la storia di quattro desaparecidos morti ammazzati e di due bombe. I quattro cadaveri, legati, imbavagliati e crivellati di colpi, sono stati ritrovati per le strade di Caracas il 19 febbraio. Appartenevano a quattro noti oppositori che erano stati sequestrati la settimana precedente: tre dei 100 militari che si erano dichiarati “in disobbedienza” e Zaida Perozo, già ferita da spari di supposti militanti chavisti durante una manifestazione, lo scorso 6 dicembre. Lo sparatore, l’oriundo portoghese Joao de Douveia, era stato identificato grazie a una testimonianza dall’aviere Fèlix Pinto, un altro dei quattro uccisi. Le bombe, invece, sono scoppiate il 25 febbraio davanti all’ambasciata di Spagna e al consolato di Colombia a Caracas. Esattamente 24 ore dopo il durissimo attacco di Chávez proprio ai governi di questi due Paesi per aver difeso Fernández e Ortega. Il saldo si è limitato a 4 feriti solo perché erano le 2 di notte e le due sedi diplomatiche erano quasi vuote, ma le deflagrazioni hanno fatto saltare i vetri di un intero isolato. Mentre per i desaparecidos non c’è stata alcuna rivendicazione, di fronte all’ambasciata spagnola sono stati trovati volantini che inneggiavano alla “Rivoluzione Bolivariana” del presidente Chávez. Certo, si tratta di due attentati che vengono un po’ troppo a proposito per non sospettare una qualche provocazione. Ma siccome è un po’ che petardi e bombe carta continuano a esplodere davanti a mass-media dell’opposizione o addirittura alle parrocchie di preti scomodi, sono altrettanto e più valide le piste dei servizi di Chávez, o per lo meno di militanti chavisti che prendano l’infuocata retorica del caudillo un po’ troppo sul serio. Come che sia, anche l’ambasciata americana il 27 ha chiuso per 24 ore, dopo aver ricevuto avvertimenti che avrebbe potuto fare la stessa fine. Le indagini sono in corso, ma non sembra con vera intenzione di chiarire i dubbi. Sui desaparecidos la polizia sta infatti lavorando sull’ipotesi di una «vendetta privata da parte di un membro dei servizi segreti» (!), mentre sulle bombe Chávez ha detto in Tv che i colpevoli «sono stati identificati», ma non ha voluto spiegare chi siano. D’altra parte, una terza esplosione ha colpito domenica primo marzo un ufficio della Chevron Texaco a Maracaibo. Una multinazionale che era stata anch’essa accusata da Chávez di “appoggiare lo sciopero”…

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