La Chiesa alla riscoperta delle Americhe
Il Concistoro straordinario svoltosi a Roma dal 21 al 24 maggio 2001 e il Sinodo dei Vescovi nell’ottobre 2001 sono i due eventi che segneranno profondamente la vita della Chiesa anche nel nuovo anno.
L’urgenza di una “nuova
evangelizzazione”
La secolarizzazione, la scristianizzazione che ha colpito soprattutto l’Europa, la diffusione di un pensiero debole e antievangelico, il relativismo culturale e l’indebolimento dell’identità cristiana (piuttosto evidente in tutta quella parte di mondo cattolico che è andato a rimorchio del massimalismo terzomondista e antiglobalista), sono questi i temi “scottanti” che, c’è da scommetterci, dopo aver trovato ampia discussione nelle due assisi dello scorso anno, torneranno a infiammare il dibattito nel mondo cattolico già a partire dalle prossime settimane, in concomitanza della giornata di preghiera ecumenica per la pace indetta da Giovanni Paolo II ad Assisi per il 24 gennaio.
Ha detto al Sinodo monsignor Paul Josef Cordes, presidente del Pontificio consiglio Cor Unum: «La Chiesa non è la Croce Rossa o l’Onu. Anche Gesù saziava gli affamati, ma per annunciare il regno di Dio». Il confronto tra i cardinali ed i Vescovi è stato franco e aperto. Nel corso del dibattito, questioni centrali come l’autorità del Primato Petrino, il rapporto tra Curia e Chiese locali, l’importanza dell’Eucarestia, e soprattutto in che cosa consiste l’identità e il servizio dei cristiani al mondo, sono state approfondite e sviscerate in tutti i loro aspetti. Dal Concilio Vaticano II ad oggi, mai come al Concistoro e all’ultimo Sinodo, sono stati affrontati e sciolti alcuni nodi che hanno limitato la crescita e l’influenza della Chiesa cattolica nel mondo.
La “sinistra” sconfitta
anche in Concistoro
Al Concistoro straordinario hanno partecipato i rappresentanti di 68 Paesi dei cinque continenti. Dei 183 cardinali convocati 28 sono risultati assenti, per motivi di salute o di età. Dei 155 presenti, 134 sono elettori. Si è trattato del Concistoro più vasto e rappresentativo nella millenaria storia della Chiesa. Molti hanno parlato di una sorta di “preconclave”. Nella prima parte della discussione si è assistito ad una vera e propria offensiva condotta dai cosiddetti “riformatori”, quelli cioè che pensano che l’unico modo per poter far fronte alle sfide che il mondo pone alla Chiesa, sia quella di agire sulle strutture, operando una vasta e profonda riforma che veda un indebolimento del potere del Papa e della Curia romana, a favore del rafforzamento del ruolo delle Conferenze Episcopali, dei Vescovi e del Sinodo. Una riforma che non vada a cambiare solo i rapporti di forza tra Pontefice, Curia e Chiesa locale ma che abbia anche la possibilità di incidere e determinare il magistero del Papa. A capo del gruppo dei riformatori troviamo l’Arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, i cardinali Godfried Danneels, Walter Kasper e Achille Silvestrini. La prospettiva politico-teologica dei “riformatori” è stata sintetizzata dal cardinale Kasper, secondo cui «La riforma e il rinnovamento dei ministeri e dei mezzi di comunione; la verifica dell’esercizio del ministero petrino e della collegialità episcopale, la riforma della Curia romana, l’organizzazione dei Sinodi, il funzionamento delle Conferenze episcopali, la valorizzazione dei consigli presbiterali e pastorali, tutto questo ha un’immediata rilevanza per il riavvicinamento ecumenico».
E Ratzinger avverte:
“c’è una nuova generazione”
Sebbene non rilevata dai mezzi di comunicazione, l’opposizione alle tesi dei “riformatori” è stata diffusa e generalizzata. Piuttosto che parlare di un cambiamento delle strutture interne altri cardinali hanno chiesto di uscire dai palazzi arcivescovili per andare tra le genti a diffondere il Vangelo.
«Non ci interessa – ha detto il card. Josef Tomko – una Chiesa di manutenzione, che si ferma alle piccole riparazioni. Serve una Chiesa missionaria». E il cardinale Crescenzio Sepe ha aggiunto: «È l’ora di prendere il largo se non si vuole restare a terra». A ristabilire l’equilibrio tra le posizioni è stato il cardinale Avery Dulles il quale in un articolo pubblicato dalla rivista Inside The Vatican ha spiegato: «Il primato della Cattedra di Pietro tutela le differenze legittime e controlla che non minaccino l’unità (Lumen gentium, 13). Kasper, che non è certo un estremista, concorderebbe di sicuro sul fatto che la Chiesa cattolica deve stare in guardia contro la degenerazione in una ampia federazione di Chiese locali o nazionali. Essa ha imparato molto dall’esperienza del gallicanesimo e di analoghi movimenti nei secoli passati. In quest’era di globalizzazione e di multiforme inculturazione, è più imperativo che mai avere un vigoroso ufficio che salvaguardi l’unità di tutte le Chiese particolari nell’essenza della fede, della morale e del culto». Quello di Dulles non è stato un intervento isolato, ma la punta di un iceberg, rappresentato dalla crescita significativa, solida e diffusa, della componente americana (dal nord al sud) della Chiesa. Di fronte alla leadership per secoli incontrastata dell’Europa, al Concistoro e più ancora al Sinodo dei Vescovi è emersa la Chiesa del “continente della speranza”, dove ormai vive la metà dei cattolici nel mondo. C’è oramai un asse forte che vede i cardinali Edward Michael Egan (New York), Theodore Edgar Mc Carrick (Washington), Bernard Francis Law (Boston) e Francis Eugene George (Chicago) lavorare in maniera coordinata con i colleghi latinoamericani, soprattutto con gli arcivescovi di Buenos Aires, San Paolo e Città del Messico, Jorge Mario Bergoglio, Claudio Hummes e Norberto Rivera Carrera. Al Sinodo dei Vescovi si è assistito ad una sconfitta dei “riformatori” e una vittoria dell’unità della Chiesa riunita intorno alle tesi di Joseph Ratzinger.
In una intervista rilasciata a Fides alla conclusione del Sinodo, il Prefetto per la Congregazione della Fede ha detto: «È stato un Sinodo molto pacifico e cordiale. Facendo il paragone fra questo Sinodo e la fermentazione del pri-mo dopoconcilio, questa tranquillità dimostra che siamo in una nuova generazione che ha assimilato il Concilio e cerca le strade per una nuova evangelizzazione. Ormai non abbiamo più bisogno di discutere tante cose organizzative, o anche in-ter-pretative. È tem-po di mostrare al mondo la faccia di Cristo». La recentissima nomina di monsignor Angelo Scola – pupillo del fondatore e guida di Cl monsignor Luigi Giussani – già Vescovo di Grosseto e poi Rettore della Pontificia Università Lateranense, a Patriarca di Venezia, sembra una significativa indicazione di questa nuova spinta missionaria richiesta dalle sfide del mondo attuale.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!