La Chiesa del deserto

Di Cominelli Giovanni
06 Dicembre 2007
Nella terra in cui visse Agostino, dove le donne sono spettri dietro un velo e i vescovi sono più numerosi dei fedeli

Algeri

Un gruppo di preti bergamaschi e quattro laici, insieme, in Algeria. Parte con l’entusiasmo di un gruppo composito il viaggio-pellegrinaggio nel deserto sulle tracce di Charles de Foucauld. L’occasione è il quarantesimo anniversario della loro ordinazione sacerdotale, avvenuta il 27 giugno 1967.
La situazione algerina non è per niente tranquilla. Tanto che i preti devono compilare un visto di ingresso dove figurano come commercianti, impiegati, insegnanti, pensionati. La guerra civile scoppiata dopo il 1992, a seguito dell’intervento dell’esercito che aveva annullato il risultato delle elezioni in cui trionfò il Fronte islamico di salvezza (Fis), ha fatto in pochi anni, dal 1992 al 1998, circa 200 mila morti, su una popolazione di circa 30 milioni di abitanti all’epoca. Un esempio: un gruppo fondamentalista entra in un liceo di Algeri, sequestra le ragazze, le stupra e taglia loro la gola. L’Esercito risponde massacrando i villaggi e quartieri da cui si suppone che arrivi il gruppo. Sono gli anni della mattanza sanguinaria. Essa coinvolge anche la Chiesa cattolica. Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 sette monaci trappisti sono strappati al silenzio del monastero di Notre-Dame de l’Atlas di Tibhrine, vicino ad Algeri. I loro corpi saranno ritrovati il 30 maggio a Medea sgozzati e decapitati. All’inizio di agosto del 1995 era toccato a monsignor Pierre Claverie, vescovo di Orano, fatto saltare in aria da una bomba. Sono in tutto 19 i preti, le suore e gli operatori cattolici uccisi, circa il 10 per cento dei religiosi algerini. Oggi gli “anni neri” sembrano finiti, ma arrivati in Algeria non si tarda a scoprire che vi sono mediamente tre attentati alla settimana, con morti e feriti. Una guerra civile a bassa intensità, insomma. Una condizione molto simile a quella dell’Italia tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta. Non per nulla il nostro è uno dei primi gruppi che osa avventurarsi nel paese, dopo 18 anni di quasi totale assenza di turisti o pellegrini.
Incomincia così la lunga traversata nel deserto, che un vecchio pulmino Toyota rende più veloce e meno faticosa di quella di Mosè e del suo popolo. L’immensità minerale del Sahara e della Via Lattea sopra le dune nella notte accende immediatamente quell’infinitudine che la vita quotidiana ottunde serialmente di voci, incontri, cose, impegni. Alla periferia di Beni Abbès, nell’eremitaggio dei Piccoli fratelli, ci aspetta fratel Bernard, un parigino della banlieue, sessantenne, occhi chiari, fratello dal 1973. Risponde alle domande dei preti cresciuti e consacrati alla grande ombra del Concilio Vaticano II. Uomini che hanno speso la giovinezza e la maturità al servizio del popolo e dei credenti mentre i credenti in Italia diventavano una minoranza. Sono sprecate quelle vite? Protagoniste di una sconfitta? Le risposte affiorano dalle labbra di questo religioso del deserto. «Lavoriamo alla nostra conversione, non a quella degli altri. I Tuareg hanno convertito de Foucauld, non viceversa», perché «si nasce da un incontro, non da un discorso». E ancora: «Il dubbio è il motore della fede. Non seminiamo Vangelo, siamo qui a raccoglierlo». La vita di fratel Bernard è piena di musulmani che domandano perché non si sposa. «Per permettere a voi di continuare a chiedermelo», è la sua risposta spiazzante. È un modello alternativo di Chiesa quello che germoglia in questo deserto? «No – precisa -, io vivo qui, testimonio qui, in un posto dove non abbiamo i numeri neppure per essere una minoranza». Ma allora, il cambiamento del mondo, la politica, l’impegno sociale? Ostinato, risponde: «Io vivo qui!». I preti bergamaschi ascoltano, confrontano le parole con la loro pratica quotidiana nelle parrocchie lombarde.
Due luci fioche illuminano i due eremi, mentre il muezzin grida il suo “adahan”, l’invito alla preghiera, dai rumorosi altoparlanti di minareti pieni di luci al neon e ribadisce la presenza di una fede diversa. Il popolo apprezza i Piccoli fratelli e sorelle, ma chi si convertisse sarebbe scacciato dalla comunità, sradicato e forse ucciso. A El-Golea andiamo a visitare il grande sarcofago dove sta racchiuso il corpo di Padre Charles de Foucauld, che Benedetto XVI ha beatificato il 13 novembre 2005. Ma il cuore di fratel Carlo è rimasto a Tamanrasset, dentro una scatoletta di metallo, prigioniera dei muri di fango e pietra dell’eremo. E perciò non si trova più.
Arriviamo nel primo pomeriggio a Ghardaia, la capitale della pentapoli dei Mozabiti. Si tratta di una comunità etnico-religiosa, di pura razza berbera, seguace degli Ibaditi. L’ibadismo – dal nome del suo ispiratore Abdallah al-Ibadi – costituisce una diramazione del kharigismo, e, nello stesso tempo, una delle espressioni più puritane e pietiste dell’islam. Con il loro settarismo puritano e la loro esaltazione del lavoro appaiono una versione musulmana del calvinismo. Considerati “i protestanti dell’islam” furono duramente perseguitati e costretti a insediarsi agli inizi del 1100 nel cuore del deserto algerino, nella valle del Mozab. Ma quello che impressiona per le strade è incontrare le “donne-monocolo”. Nelle viuzze della città sacra camminano lungo i muri dei fantasmi, avvolti da un velo bianco, l’hawli, che tiene scoperto solo un occhio, generalmente il sinistro, quello dalla parte del cuore. Se incrociano un uomo, si devono girare contro un muro. Ma alcune te lo puntano addosso, inquietante. A loro è proibito per legge lasciare il Mozab. Sono sorvegliate dalle “tiazzabin”, le guardiane della fede incaricate di vegliare sulla loro buona condotta. Oltre a recitare le preghiere e a far toeletta ai defunti, esse rilasciano dei certificati di verginità e vigilano molto da vicino il focolare da cui il marito è assente. Fino a un decennio fa, il mozabita che partiva verso il nord appendeva i propri calzoni all’interno della porta di casa: questo segno legittimava l’uso della moglie da parte dei cognati. La metà della società è senza voce, non può esistere pubblicamente.

Notre Dame d’Afrique
Per raggiungere Tamanrasset, dove Charles de Foucauld è stato assassinato, è necessario ritornare ad Algeri, a Notre Dame d’Afrique, costruita su un punto alto della città, la facciata rivolta verso Roma, consacrata nel 1872 dal cardinale Lavigerie, fondatore della Società dei missionari d’Africa, popolarmente noti come i Padri Bianchi. Su in alto sta scritto a lettere d’oro: Notre-Dame d’Afrique, prie pour nous et pour les musulmans. È sul sagrato spalancato sul mare di Algeri che incontriamo un prete cinese di mezza età. È il nunzio apostolico di Algeri e Tunisi, un cinese di Taiwan. I preti e il nunzio discutono del futuro della Chiesa nell’Africa del Nord, la Chiesa che fu di Agostino. L’analisi del nunzio è spietata: ci sono più vescovi che cristiani, i cattolici sono 70 in tutto ad Algeri. Rimprovera ai Padri Bianchi di aver rinunciato alle missioni e alle scuole. Il vescovo di una diocesi non ha battezzato nessuno in 25 anni.
Da Tamanrasset al massiccio dell’Assekrem, dove c’è un primo eremo in pietra costruito da Padre Charles de Foucauld nel 1911 ci sono 82 km. Qui abitano tre Piccoli fratelli: gestiscono l’osservatorio meteorologico, celebrano la Messa, testimoniano sul pavimento ricoperto di vecchi tappeti, davanti al tabernacolo. Saliamo nella notte, alle 4.30 della mattina, sotto una Via Lattea immensa e avvolgente, andiamo su ad aspettare l’alba e a celebrare la Messa. Nel silenzio dei passi verso l’alto, torna alla mente l’ostinata e disperata preghiera che Charles de Foucauld faceva, pellegrino di chiesa in chiesa, prima della sua conversione: «Mio Dio, se esistete, fate che io vi conosca».

Un vescovo “musulmano”
Farlo conoscere, o quanto meno creare lo spazio perché egli si faccia conoscere, è compito arduo e importante in questa terra così difficile anche della Caritas diocesana, che promuove attività a favore dei giovani, delle donne, dei bambini. Singolare “la pedagogia del ballo”. In un quartiere strettamente controllato dagli islamici, il Centro culturale organizza incontri e balli tra ragazzi e ragazze, che la cultura islamica condanna. Ma si dà il caso che nello stesso posto si riunisca il Comitato islamico di quartiere. Così sotto gli occhi dei genitori islamici, felici di vedere i loro ragazzi felici, si consuma un gesto di rottura dell’unità organica che lega e tiene compatti i modelli antropologici, la fede, le prescrizioni etiche. Insomma: qui i cristiani diventano agenti di quella secolarizzazione, che temono in Europa? La secolarizzazione. Quando è arrivata nell’universo compatto delle società cristiane europee è stata devastante, ma liberatoria. Ha costretto il cristianesimo a disfarsi delle scorie culturali in cui si era incarnato, le quali spesso contenevano nuclei di oppressione umana, in primo luogo della donna. Lo ha costretto a riscoprire il proprio nucleo di liberazione umana. La rottura di quell’unità organica può aprire la strada tanto alla perdita del senso religioso quanto alla sua riscoperta più autentica, compresa la libertà di scelta religiosa per sé e per tutti. Occorrerà molto tempo. L’islam non è passato nel fuoco dell’Umanesimo e del Rinascimento, del Seicento scientifico e dell’Illuminismo, della Rivoluzione industriale e del Positivismo, della crisi dei fondamenti del Novecento.
È questa speranza di lunga durata che dà la forza alla Chiesa algerina di monsignor Teissier, arcivescovo di Algeri. L’alto prelato spiega che i cattolici sono 5 o 6 mila, l’assoluta maggioranza dei quali, tuttavia, non è algerina. E allora, che ci fanno 4 vescovi per 6 mila cattolici? «I vescovi sono per gli algerini, la Chiesa è per gli algerini, non è per i cattolici!». Come dire: la Chiesa non è per i cristiani, è per gli uomini. Oggi questa è la Chiesa vox clamantis in deserto. «Lo so, forse anche a voi sarò sembrato un vescovo musulmano! Niente paura. Me lo hanno già detto!». A volte a Roma, fanno fatica a capire.    

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