La Cina nazionalizza i Lama, noi ritiriamoci dalle Olimpiadi
È da pochi giorni entrata in vigore in Cina una legge sulla reincarnazione. Ebbene sì, anche questo passaggio verrà finalmente regolamentato. Si potrebbe ridere se non ci fosse da piangere. La legge, infatti, si rivolge ai monaci buddisti tibetani e vieta loro di recarsi all’estero per cercare le reincarnazioni dei Lama. È un tentativo, da parte del governo cinese, di nazionalizzare il buddismo tibetano e di inserirsi nella nomina delle future cariche religiose tibetane. Pechino ci aveva già provato dodici anni fa con un bambino di appena sei anni riconosciuto dai tibetani come l’attesa reincarnazione di una delle massime autorità spirituali, il Panchen Lama. Il regime cinese fece rapire il bambino e nominò a sua volta un altro Panchen Lama. Ora la dittatura compie un altro passo. Il paradosso però è sempre lo stesso. Il regime comunista non si limita a cercare di eliminare la religione, oppio dei popoli, ma fa di più: con la violenza e senza forse rendersi conto di quanto poco sia credibile, si impone al vertice del fenomeno religioso. Nello stesso tempo si mostra coerente e utilizza la religione come strumento.
Quanti tra noi invece ritengono la religione una cosa seria dovrebbero riflettere. In Cina oggi tocca ai tibetani, ma ai vescovi cattolici cinesi non sta certo andando bene. Potrebbe essere il caso allora di proporre al nostro governo di farsi sentire e iniziare ad annunciare che, senza la revoca di questa legge e la liberazione del Panchen Lama, i nostri a-tleti non correranno alle prossime Olimpiadi a Pechino.
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