La corsa degli imprevedibili

Di Bottarelli Mauro
23 Agosto 2007
Parlantina sciolta, zazzera spettinata, adultero impenitente. Boris Johnson, il Tory più ribelle, racconta la sfida al "rosso" Livingstone anche in nome della «superiore civiltà occidentale»

Londra
Per capire chi sia Boris Johnson, candidato conservatore a sindaco di Londra alle elezioni del prossimo anno, basta dare un’occhiata all’application form che ha compilato nel momento di accettare la candidatura. Oltre ad aver rotto gli indugi solo il 16 luglio, termine ultimo per la presentazione dei nominativi, il deputato Tory ha ben pensato di non venir meno alla sua fama di guascone inguaribile. Nella sezione “sfide affrontate”, Johnson ha infatti elencato: «Crescere quattro figli a Londra. Esito ancora incerto ma le prospettive sono buone; sconfiggere Tony Blair e Alastair Campbell sulla vicenda del Black Rod’s Memorandum riguardo i funerali della Regina Madre. Vittoria totale; attraversare Hyde Park in bicicletta. Sopravvissuto». In bianco, invece, la casella sul “carattere personale”.
Ecco a voi Boris Johnson: politico, giornalista, storico, scrittore, funambolo della parola, liberale ante litteram e fedifrago impenitente, croce e delizia del conservatorismo inglese, acuto editorialista dello Spectator e del Daily Telegraph, corrosivo fustigatore dell’ipocrisia di certa società inglese. Toccherà a lui, la prossima primavera, provare a sfrattare dalla Town hall di Londra Ken “il rosso” Livingstone, ultrà di sinistra dirottato da Tony Blair nel ruolo di sindaco al fine di evitare che combinasse danni a livello nazionale come il suo amico George Galloway.

La gaffe che Liverpool non perdona
Tra le molte incognite una sola cosa è certa: Boris Johnson non avrebbe mai potuto fare il primo cittadino di Liverpool. Il 16 ottobre 2004, infatti, il giornalista e deputato conservatore per il collegio di Henley riuscì ad inimicarsi l’intera città con un articolo pubblicato sullo Spectator subito dopo la decapitazione dell’ostaggio britannico Ken Bigley, nativo proprio del Merseyside: con la sua prosa brillante e veloce, infatti, disse chiaramente che tutto il moto di commozione seguito al barbaro atto era da ricondursi al tribale senso della comunità che esiste in quella città e all’attitudine alla lacrima facile dei Scouse, appellativo non apprezzatissimo dei suoi abitanti. Apriti cielo. Stampa e tv lo massacrarono per giorni fino a quando Michael Howard, all’epoca leader dei Tory, lo obbligò a recarsi a Liverpool per scusarsi pubblicamente con la famiglia dell’ostaggio e con l’intera città. «Fu un errore, lo ammetto – dichiara a Tempi durante un incontro a Londra. Posso assicurare che quanto volevo dire in quell’articolo non voleva essere offensivo per i parenti della vittima e per Liverpool ma purtroppo fu così: rileggendolo a mente fredda ammetto che era fuori luogo. Sono andato a Liverpool non perché obbligato ma di comune accordo con il partito, mi sembrava giusto chiedere scusa di persona per il mio errore e affrontare anche le contestazioni se così doveva essere: un giornalista, così come un politico, deve sapere che ci sono costi da pagare per le proprie azioni».
L’ultima, questa, di una serie di bizzarrie che negli anni hanno trasformato Boris Johnson nel Vittorio Sgarbi d’Oltremanica, provocatore nato capace di suscitare soltanto due reazioni nell’interlocutore: odio o amore. Mai indifferenza. Noto per la parlantina sciolta, la zazzera biondissima e spettinata e una predisposizione all’adulterio, il 17 luglio Boris Johnson era sorridente di fronte alla Town Hall della capitale per una photo-session in occasione dell’ufficializzazione della sua candidatura: «Ci ho pensato su tutto il weekend, confrontandomi con amici e parenti. Alla fine ho deciso di dire sì perché l’occasione di poter rappresentare tutti i londinesi è troppo grande per essere persa. Vivo in questa città, amo questa città con i suoi pregi e i suoi difetti e penso che potermi mettere a disposizione della comunità sia una grandissima opportunità. Sto già lavorando al programma, anche se può sembrare presto: di certo non eliminerò il poco di buono che Livingstone ha fatto in questi anni, ma assicuro che sulle council taxes (le tasse comunali che ogni quartiere ha libertà di imporre ai suoi residenti, ndr) occorrerà fare un serio lavoro di razionalizzazione. Poi c’è la sfida delle Olimpiadi del 2012, la possibilità per l’East End cittadino di rinascere ma anche una rischiosa valanga di soldi che andranno controllati al fine di evitare sprechi di denaro pubblico. E poi ancora la viabilità da migliorare, i parchi e le aree verdi da valorizzare e rendere più sicure, la metropolitana da ammodernare. I numeri parlano chiaro: crescono i pendolari, cresce l’uso della metropolitana e delle ferrovie ma anche quello dell’automobile, nonostante la congestion charge voluta dall’attuale sindaco. C’è poi il problema della casa, infernale in una città come Londra: certo molto dipenderà dalle scelte in tal senso del governo ma se verrò eletto la mia priorità sarà quella abitativa, questo posso garantirlo fin da ora. Insomma, le sfide non mancano e nemmeno il lavoro da fare».
È uno scontro tra personalità tutt’altro che banali quello che il prossimo anno eleggerà il nuovo sindaco di Londra: da un lato Ken “il rosso”, antitesi laburista del blairismo e capace di sortite al limite del consentito, dall’altro il più anticonformista dei conservatori. Nulla che stupisca, però. La corsa per la poltrona di sindaco rappresenta un appuntamento elettorale se possibile ancora meno sentito dagli elettori delle politiche: senza un personaggio di appeal nessun partito può pensare di battere quei nemici invincibili chiamati astensionismo e disaffezione. A votare sono sempre e solo gli engaged, i militanti di partito, gli intellettuali, gli impegnati politicamente e le lobby delle varie comunità. Senza quella islamica, esattamente come accadde alle politiche per George Galloway, Ken Livingstone non sarebbe sindaco di Londra. In compenso, quella ebraica si schiererà con Boris Johnson ritenendo l’attuale sindaco un antisemita fatto e finito. Insomma, personalizzazione totale. E chi meglio di Boris Johnson, nato nel 1964 a New York e per questo soprannominato BoJo da amici e colleghi, può utilizzare il proprio ego – smisurato – per riportare Londra sotto un’amministrazione conservatrice? Ovviamente la notizia della candidatura di Boris Johnson a sindaco ha immediatamente scatenato, oltre a polemiche, battute non proprio raffinate: la più gettonata è un quiz sulla durata di un suo eventuale mandato prima di doversi dimettere per aver portato a letto la segretaria.

Fedifrago impenitente
Quella che può apparire un’illazione di cattivo gusto in effetti non è priva di un qualche fondamento: nel 2004 fu licenziato da vice-presidente del partito Conservatore per aver mentito riguardo il suo rapporto extraconiugale di quattro anni con Petronella Wyatt, corrispondente da New York dello Spectator, il medesimo settimanale con cui collaborava; mentre nel dicembre dell’anno seguente, quando ricopriva il ruolo di ministro ombra per l’Educazione superiore, venne a galla la sua relazione con Anna Fazackerley, giornalista che si occupava del medesimo argomento per il Times. Insomma, lavoro e scappatelle con Boris Johnson vanno spesso di pari passo. «La mia vita privata è e deve restare tale. Ho fatto i conti con queste cose, ho pagato il prezzo che dovevo pagare ma non accetto di vivere con una sorta di etichetta sulla mia fronte. Sono forse l’unico ad aver avuto problemi del genere? Soltanto nel governo Blair degli ultimi tre anni possiamo contare quattro casi: questa idea di utilizzare vicende private che non hanno alcuna rilevanza pubblica né peso rispetto all’attività politica per bollare la gente è idiota ma terribilmente britannica da un certo punto di vista, basti vedere la nostra cultura del tabloid. Io ho sempre tenuto fede ai miei impegni e al patto che ho sancito con gli elettori ma sono anche un uomo e come tale commetto errori e faccio scelte: di questo certo non mi vergogno. D’altronde non sono troppo preoccupato per eventuali contraccolpi sulla mia carriera. Come mi piace ripetere spesso, ho le stesse possibilità di diventare primo ministro che di venire decapitato da un frisbee o di trovare Elvis Presley vivo su Marte».
Storico e autore di decine di libri sulla Roma antica – «Qual è il segreto del successo dell’Impero Romano? Una regolamentazione minima e una scarna burocrazia, ma soprattutto il culto dell’imperatore, condiviso di buon grado da tutti i cittadini. A differenza di ciò che accade nella nostra Unione Europea, i popoli dell’Impero volevano essere romani più di ogni altra cosa» – ora il deputato conservatore di Henley tenta l’ennesimo grande salto della sua carriera: battere l’icona della sinistra Old Laboure e diventare primo cittadino di una delle città più grandi e importanti al mondo. Il tutto restando fedele al suo stile schietto e senza troppe remore, allergico al politically correct del Labour soprattutto in periodo di lotta al terrorismo e crisi del modello multiculturale: «Quasi parafrasando Berlusconi, rivendico la superiorità morale della nostra civiltà europea, liberale e giudaico-cristiana su qualsiasi altra civiltà al mondo. Sì, ne sono proprio convinto e lo ripeto. Ho viaggiato in tutto il mondo, e mi sento in diritto di affermare che secondo me la civiltà europea è la migliore. Per questo va difesa strenuamente, oggi ancora di più». Good luck, Boris.

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