LA corsa verso Baghdad (e italbalilla)

Di Leoni Alberto
27 Marzo 2003
Lo shock causato dalle immagini dei prigionieri americani sembra avere due effetti opposti

Lo shock causato dalle immagini dei prigionieri americani sembra avere due effetti opposti: indebolire un Occidente che non ha più stomaco per questo genere di prove e inasprire il desiderio di vendetta dei soldati. Radicalizzando lo scontro, la dirigenza irakena otterrà una maggiore combattività delle proprie truppe e minerà alle fondamenta la resistenza di coloro che la guerra la vivono alle otto di sera. Rumsfeld e Cheney, che hanno fortemente voluto questo conflitto superando i dubbi di Colin Powell, hanno sottovalutato la leadership irakena? Forse sì, ma l’hanno anche valorizzata col tentativo di eliminarla a colpi di missile. Questa anticipazione dell’attacco ha finito per prendere di sorpresa tutto l’apparato militare alleato: la 101esima aviotrasportata non ha ricevuto i mezzi per compiere assalti aerei e si sta spostando nel deserto: la 4° divisione corazzata, invece, è rimasta nel Mediterraneo e ci vorrà molto tempo per farla arrivare in zona d’operazioni. Le perdite, finora, sono molto limitate, se si pensa all’ampiezza dell’offensiva. Secondo l’ex-generale irakeno Tafwik al Yassiri «Decine di migliaia di uomini delle forze di élite irakene si sono sparpagliati sotto terra, sul terreno, in fattorie, scuole, moschee e non portano la divisa». Ugualmente Nikolaj Koklov, ex consigliere di Saddam, aveva previsto l’attacco alle lunghissime e indifese linee di rifornimento: la cattura dei cinque marines ne è la prova. I dati positivi sono la rapidità dell’avanzata, il controllo dell’Irak occidentale per difendere Israele dalla minaccia missilistica, i risultati conseguiti dalle forze speciali nel settentrione a fianco dei curdi. Poco pubblicizzati gli strikes del Sas australiano e della Delta Force che hanno fatto saltare in aria i centri comando irakeni per le Armi di Distruzione di Massa. Gli alleati sono obbligati a “correre” a Bagdad per ingaggiare battaglia con la Guardia repubblicana e riportare una vittoria decisiva: tutto questo però facendo i conti con una sempre più probabile crisi logistica e con l’usura dei materiale e dei motori. Il vero punto debole dell’Occidente è un altro: un’opinione pubblica, pronta a scoraggiarsi in caso di insuccessi limitati. Quanto all’Italia, il coro dei bambini che intonavano “O bella ciao” a una manifestazione pacifista, una scena spontanea come un’adunata di Balilla, fa capire perché ci siamo meritati la definizione di Churchill: «ventre molle d’Europa».

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