La Costituzione promessa

Di Luigi Amicone
25 Luglio 2002
Siamo tutti contro la mafia. Non si può non esserlo. Ma c’è modo e modo. Qui non lo facciamo da “Professionisti dell’Antimafia”. Perché non è colpa nostra se invece della pena di morte il nostro stato di diritto prevede il rispetto della dignità umana. Anche per i mafiosi

Perché il famigerato “41 bis” – una normativa ragionevole nel contesto storico in cui fu varata, e cioè sulla scia delle stragi di mafia degli inizi anni ‘90 – nonostante il parere contrario della Corte Costituzionale è diventato un automatismo prorogato ad libitum, applicato in modo generalizzato e discrezionale sulla popolazione di detenuti delle carceri italiane? A noi è abbastanza chiaro: da comprensibile disposizione in un frangente storico singolare e cruciale (come si vedrà durante il corso dello stesso anno con l’esplodere di Tangentopoli), l’anno 1992 di straripante criminalità, “l’emergenza antimafia” è poi diventata la foglia di fico, il mito di immagine, la merce di propaganda elettorale di una classe politica succube di quanti avrebbero costruito le proprie carriere giudiziarie (e va da sé: politiche e giornalistiche) sul mito e l’ideologia delle “mani pulite”.

L’alibi dei Bruti Liberati
Come si sa, le leggi e il popolo italiano non hanno mai richiesto ai magistrati di ergersi a protagonisti del dibattito pubblico e televisivo. Un paese civile non è quello in cui si fanno conferenze e ci si indigna per la “Giustizia” con la “G” maiuscola. Un paese civile non è il Cinema Paradiso dove Giustizia viene proclamata ad ogni piè sospinto con l’Indignazione, la Lotta, lo Sciopero. E poi, nei fatti, piccoli e grandi di quotidiana e prosaica cronaca, la giustizia con la “g” minuscola, la si trova sistematicamente negata, negletta a causa del caos e del bizantinismo che regna sovrano nel sistema giudiziario italiano, un gran bell’alibi per la corporazione togata, una jattura che stritola i cittadini italiani, che qualunque sia il contenzioso o il caso di diritto violato per il quale essi ritengano di adire alle vie legali, ottengono udienze che si perdono nella notte dei tempi e quasi mai sentenze in tempo utile alla ragione (personale, sociale o economica) per cui si erano rivolti ai tribunali. Un paese civile è quella comunità sociale e politica in cui i magistrati – che in Italia non sono altro che funzionari dello Stato, vincitori di concorsi statali, impiegati pagati con i soldi dei contribuenti per applicare le leggi, non per recitare la parte di prime donne nei talk-show televisivi, se vogliono fare politica i magistrati si uniscano a noi, chiedano una riforma della giustizia all’americana, chiedano per la magistratura l’eleggibilità in forma rappresentativa del popolo – sono chiamati a stare zitti, a lavorare e ad applicare le leggi. Punto.

Mafia&Cinema
Ora, siccome sull’emergenza mafia si è costruita per anni una speculazione politica che sarebbe venuta utile (con Tangentopoli) per liquidare una parte di classe politica (Dc-Psi) e per salvarne un’altra (il Pci-Pds-Ds, che, come più volte ricordato dall’ex comunista e membro del comitato centrale Pci Emanuele Macaluso, nel corso della cosidetta Prima Repubblica, condivise, rispetto al problema mafia, responsabilità contigue a quelle del centro sinistra), occorreva che l’emergenza antimafia, da dura e implacabile iniziativa di repressione della delinquenza, si trasformasse in un prodotto politico-commerciale (libellistico, sociologico, cinematografaro: ricordate il testimonial Michele Placido e la serie infinita della Piovra 1, 2, 3… 75, l’unica pellicola che ha reso famosa l’Italia nel mondo degli anni ’90?). Occorreva insomma che da un discreto ed efficace dispiegamento di forze dell’ordine impiegate nella lotta senza quartiere al crimine, si passasse alla costruzione della mitologia delle leggendarie imprese delle Forze del Bene contro l’Impero del Male. Gli attori protagonisti di questo consolante ed emozionate Truman-spaghetti&mafia-show? Quelli che il non sospetto Leonardo Sciascia definì gli attori “professionisti dell’antimafia”. E che negli anni ’90 ritroviamo sulle prime pagine dei giornali a firmare editoriali e a preparare balzi di carriera, in politica, nel parlamento italiano in Europa, si tratti di un seggio a Strasburgo o di una ricca poltrona di “esperto”, “burocrate” o “funzionario” a Bruxelles. Non fraintendiamo: onore ai Falcone, ai Borsellino e a tutta la schiera di uomini, magistrati, poliziotti, carabinieri, caduti per difendere il bene comune e la libertà di tutti dalle angherie della criminalità organizzata. E sia ben chiaro: non è che i Caselli, i Mancuso, gli Ayala non abbiano reso qualche buon servigio al Paese. è che quel buon servigio l’Italia l’ha pagato caro, in quanto debordò rapidamente in servigio permanente reso alla politica più che alla giustizia (sintesi perfetta di quel film è il processo Andreotti, costato decine di miliardi ai contribuenti italiani, è servito alla sinistra per promuovere lo sconfitto Caselli prima alla direzione dei Penitenziari italiani, poi all’Eurojust di Bruxelles).

La classe politica? Piccola piccola
Fu così che, grazie all’interessamento di una stampa corriva con la magistratura caselliana e politicamente schierata con la “Violante rossa” (nota bene: nel frattempo quelli che correvano a scolpire i monumenti equestri a una certa “magistratura democratica”, si mangiavano l’Italia a colpi di certi enormi affari che questo giornale, ha solo iniziato a documentare), alcuni magistrati assunsero l’aura di angeli vendicatori. D’altra parte, la politica – tutta la politica – di sinistra come di destra (compreso taluni vescovi, preti e sacrestani), per viltà, ipocrisia e in qualche caso anche per ragioni di opportunità e buon gusto, accettò supinamente “l’emergenza infinita”, la trasposizione ad libitum di dispositivi e norme, come quello del 41 bis, che dovevano ragionevolmente rimanere transitori e comunque legati a fatti e persone specifiche e non astrattamente branditi come formule di propaganda politica. Ciò ha avuto e ha un effetto devastante sulla popolazione carceraria. Intendiamoci: qui non si fanno sconti a nessuno e a nessuno passa per la testa l’idea sentimentale che il mafioso, l’assassino, il sequestratore, sia una povera vittima della società e che quindi il carcere sia un male in sé. No, realismo dice e insegna a tutti – compreso a quanti sono in galera – che non soltanto i nostri atti ci seguono, ma necessariamente comportano conseguenze sociali tanto più serie e gravi quanto più è serio e grave l’ordine umano e civile che viene violato. Ci insegna che ad oggi purtroppo non c’è alternativa: fino a quando non si troverà uno strumento migliore (non diciamo di redenzione, perché quella, ci dice la verità cattolica, la assicura a qualunque uomo, qualunque sia il crimine di cui si sia macchiato, purché sia sinceramente pentito, il Padreterno) repressione e carcere restano gli strumenti essenziali di deterrenza, punizione, rieducazione per il male procurato alle persone e alla comunità.

Meglio la pena di morte
Ma qual è il problema che sollevano nella loro lettera i detenuti di Novara e che noi qui sosteniamo a spada tratta? Questi non non cercano scuse, non accampano giustificazioni, nessuno di loro si dichiara innocente. Né la missiva riecheggia registri tanto cari al genere patetico-buonista di cui sono specialisti la sinistra umanitariana e la cristianità apocalittica-zanottelliana.
Questa lettera è un richiamo ai rappresentanti dello Stato e alle Istituzioni a non barare con i principi e le leggi di quello stesso Stato democratico che essi, non senza qualche punta di comprensibile retorica, dicono di volere difendere e implementare. Una volta, l’ergastolano Mario Tuti, conosciuto per un certo nostro lavoro fatto in carcere ci disse: «senti, se in Italia qualcuno proponesse l’introduzione della pena di morte, io sarei il primo firmatario. Ma se lo Stato italiano e le sue leggi continuano a sostenere che la prigione è un istituto che oltre all’“espiazione” della pena ha anche lo scopo di rieducare e restituire il detenuto alla società, tu mi devi spiegare perché il regime di detenzione “speciale” è ormai generalizzato in modo sempre più assurdo, discrezionale, burocratico. Fucilateci, piuttosto». Si può dire, in coscienza, che questo detenuto e quelli di Novara che hanno iniziato lo sciopero della fame per chiedere una giustizia meno spettacolarizzata e, perlomeno, rispettosa delle proprie leggi, abbiano torto?

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