La diplomazia delle Ong
Di ritorno dalla sua missione in Medio Oriente alla ricerca di strade per ottenere la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta, il titolare della Farnesina Franco Frattini ha ringraziato davanti alle commissioni Affari esteri di Camera e Senato le organizzazioni non governative (Ong) presenti in Irak, spiegando che «se quelle persone, con la loro appartenenza al nostro paese, non al governo, sono lì a fare del bene a bambini, a donne, a gente che sta male, questo è qualcosa che l’Italia non può scoraggiare». Ma non basta: per il ministero degli Esteri le Ong sono da considerarsi come un autentico strumento sussidiario di politica internazionale. Lo ha sostenuto esplicitamente il sottosegretario Mario Baccini nel novembre 2003: «Le attività delle Ong si iscrivono a pieno titolo nell’azione di diplomazia preventiva che sto portando avanti in questi anni». E chi mai allora si sognerebbe di criticare il ruolo che le Ong hanno scelto di ricoprire nelle zone di conflitto in tutto il mondo?
Ebbene, Edward Luttwak, che in Diplomazia preventiva è senior fellow presso il Center for Strategic and International Studies di Washington, lo ha fatto. In un articolo intitolato “Ong contro la pace”, pubblicato sul Foglio di sabato 2 ottobre, il noto economista e politologo scrive che «le Ong occidentali sono quello che una volta erano i soldati, i commercianti, i missionari dell’era coloniale», che si arrogavano «il diritto di andare ovunque per portare il loro insindacabile avanzamento ai popoli non-occidentali della Terra». Le Ong prediligono le zone di conflitto, «proprio come i colonialisti di una volta – sostiene Luttwak –, e per la stessa identica ragione: il desiderio impellente di conquistare l’ignoto», lo “spirito di avventura”.
A Sergio Marelli, il presidente dell’Associazione delle Ong italiane che Tempi ha raggiunto telefonicamente, basta questa provocazione per rispondere che «evidentemente Luttwak conosce molto poco delle Ong». Con trent’anni di esperienza alle spalle e la responsabilità di rappresentare 163 organizzazioni non governative italiane, cioè «la stragrandissima maggioranza», Marelli si spiega: «La realtà è molto diversa da quella descritta da Luttwak. A meno che non vogliamo definire avventurieri quasi tremila volontari impiegati nei paesi del sud del mondo che hanno un’età media di trentanove anni e per più del 50% un livello di formazione universitario, quando non una specializzazione post-laurea o un master… Quello che spinge i volontari a partire, oltre alle motivazioni radicate nelle diverse esperienze di cui è fatto il variegato mondo delle Ong, è sicuramente l’aver compreso che la civiltà mondiale di cui siamo parte oggi è responsabilità di ogni singolo individuo ancor prima che dei governi. E non è affatto vero che i nostri organismi esportano modelli di avanzamento: uno dei tratti caratteristici di tutte le Ong indistintamente è quello di concepire, realizzare e valutare i progetti in partenariato con le realtà locali, siano esse organizzazioni non governative a loro volta, associazioni ecclesiali o istituzioni civili (compresi i governi, e in alcuni casi persino quelli degli stessi paesi in via di sviluppo). Altro che un modello da imporre!».
Luttwak però insiste: «Le Ong occidentali e forse soprattutto quelle italiane vogliono partecipare a ogni conflitto, per assistere il lato che scelgono loro con aiuti umanitari ma anche… con i loro soldi e con l’appoggio politico», in questo modo spesso fornendo ai perdenti «un potente incentivo per rimanere dove sono», cioè alimentando guerre che altrimenti, per natural virtù, si risolverebbero nuovamente in pace, proprio per la sconfitta di una parte o dell’altra. In più, dice Luttwak alludendo in maniera esplicita alla vicenda delle due Simone, spesso e volentieri le Ong «insistentemente proclamano la loro perfetta indipendenza dal proprio governo», non ne riconoscono l’autorità morale e la rappresentatività, fino al punto di fare scelte diplomatiche azzardate e pericolose, «fino a che non si mettono nei guai». E allora, «naturalmente i disprezzati diplomatici, soldati e spie devono lavorare giorno e notte e, se è il caso, devono rischiare la propria vita per salvare chi li disprezza».
A questo punto a reagire al telefono con Tempi è Guido Barbera, il presidente del Cipsi, una federazione con una trentina di Ong aderenti che all’invio di volontari preferisce operare interventi di sostegno finanziario per progetti di esperti locali. «Dubito – sbotta Barbera – che Luttwak avesse il pieno controllo di sé quando ha scritto quelle cose. È ridicolo. Adesso banalizzo anch’io: quando esco sulla strada, so che vado in mezzo al pericolo, ma mica devo chiedere il permesso di uscire di casa al sindaco. Mi spiego: non è che vogliamo sostituirci alle istituzioni, però, come associazione, consideriamo nostro diritto poter contribuire a costruire delle relazioni. Darei ragione a Luttwak se le due Simone fossero state due avventuriere partite durante la guerra per andare a fare le eroine. Ma loro hanno scelto la vita al fianco dei bambini e delle donne irakeni ben prima di tutto questo. E mentre tutt’intorno la guerra dimostrava la sconfitta totale della politica, le due Simone sono rimaste dalla parte dei più deboli, della gente. Non a caso le mamme e i bambini sono scesi per strada per loro e non per altri… E comunque non riesco a capire perché processiamo la scelta delle due Simone invece di esaminare il motivo per il quale il governo italiano è sceso in questa guerra: credo che i problemi siano a monte».
Con una battuta sarcastica risponde a Luttwak anche Giancarlo Malavolti, presidente del Cocis, un coordinamento di venticinque Ong più o meno politicamente orientate a sinistra: «Se l’obiettivo di chi fa la guerra è distruggere completamente il nemico, allora ha ragione Luttwak: le Ong lavorano per la guerra successiva. Ma personalmente preferisco dire che hanno l’obiettivo di costruire relazioni di pace con chi quella guerra ha perso. Luttwak vede in negativo gli aspetti dell’attività delle Ong che io invece considero qualificanti. Le Ong per me sono l’espressione della società che cerca la pace a prescindere dalla visione dei governi. Forse è proprio il pluralismo delle idee l’unica ricchezza che possiamo permetterci di esportare. E poi Luttwak deve lasciare che le Ong facciano quella diplomazia dal basso che è l’unico modo di ricostruire le relazioni anche quando i governi sono in conflitto. Le nostre Simone stavano lavorando per gli irakeni, non per Saddam Hussein o per Al Qaeda. È una distinzione che Luttwak dovrebbe fare, quella fra guerra al terrorismo e guerra a un popolo: noi non siamo in guerra con l’Irak né con gli irakeni. Le Ong possono costruire le condizioni perché gli irakeni non reagiscano male contro chi ha dichiarato guerra al vecchio regime. L’articolo di Luttwak invece sembra sottintendere che i nemici sono diventati gli irakeni. Certamente, succede molto spesso che chi fa cooperazione si trovi in situazione di pericolo». In sottofondo qualcuno grida: «Eh sì, a me hanno sparato addosso!». «Purtroppo – conclude Malavolti – è una cosa che nella cooperazione succede, perfino quando i nostri progetti sono finanziati dal ministero degli Esteri. E per fortuna il ministero non è Luttwak, ci considera tutti cittadini italiani e quando è necessario interviene».
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