La disputa

Di Cwalinski Vladek
08 Novembre 2007
Gesù tra i dottori del tempio. Una mostra su uno degli episodi più celebri (e attuali) del Vangelo

èsorprendente visitare l’esposizione “La disputa. Dialogo e memoria nella tradizione cattolica in età moderna”, allestita nella cinquecentesca basilica di San Defendente Martire, patrono di Romano di Lombardia, cittadina della bergamasca a pochi chilometri da Caravaggio. La genesi della mostra è curiosa: nel 1995-96, quando la lunetta con la Disputa di Gesù tra i dottori del tempio dell’artista trentino Andrea Pozzo (1642-1709) viene rimossa dalla cappella della dottrina cristiana per facilitarne il restauro, sulla parete retrostante affiora un dipinto a secco con una Disputa della Dottrina Cristiana sovrastato da un cartiglio con l’iscrizione «Io[annes] viii si quis doctrina[m] meam se [ruaverit mortem non] videbit in aeternum». Da questo ritrovamento nasce l’idea di esporre una serie di opere con a tema la disputa di Gesù tra i dottori del tempio realizzati tra il 1506, anno di dedicazione della basilica, e il 1797, data in cui la Repubblica di San Marco – della cui diocesi Romano di Lombardia faceva parte – fu consegnata all’Austria. Ma i curatori hanno deciso di allargare l’orizzonte del percorso inserendo fra le opere in mostra anche quelle con soggetti riguardanti il quinto mistero gaudioso del Rosario e le allegrezze di San Giuseppe, tematiche entrambe legate al ritrovamento di Gesù tra i dottori del tempio.
«Siamo molto soddisfatti della mostra – spiega a Tempi monsignor Tarcisio Tironi, prevosto di Romano di Lombardia e presidente del Museo d’arte e cultura sacra – perché è ricca di opere interessanti e perché, nel quadro di un percorso, permette a tutti, credenti e non, di arrivare a una certa nostalgia di Dio». L’iniziativa di monsignor Tironi ha, infatti, un preciso taglio culturale, immediatamente intuibile sin dalla frase che campeggia sull’ingresso, tratta dall’opera teatrale Zio Vanja di Cechov: «In un essere umano tutto dovrebbe essere bello: il viso, i vestiti, l’anima, i pensieri». «Si tratta semplicemente di dire ciò che è bello, a tutti», chiosa monsignor Tironi.
La mostra si sviluppa in dieci sezioni cronologico-tematiche. Tra i dipinti esposti vi sono dei veri e propri capolavori, tra cui spicca l’olio del gesuita Andrea Pozzo con la scena che si svolge in uno spazio circolare, tra colori pastosi e sciabolate di luce.
Curiosi, a questo proposito, i particolari nel bel dipinto del Tintoretto (Venezia, 1518 ca – 1594), dalle tinte vivaci e dalle pose inquiete dei dottori, indaffarati, durante il colloquio con Gesù, a sfogliare enormi libroni nel vano tentativo di controbattere alle sue parole. Ridicolo il particolare del dottore con l’occhialino, presente nell’opera del caravaggesco Van Somer, detto Enrico Fiammingo (Amsterdam 1607/15 – Napoli [?], 1684), o di Giovan Battista Azzanelli (1680 circa – 1719), intento a scrutare la fisionomia del giovane interlocutore che si permette di dar loro lezioni.
Curiosi anche gli atteggiamenti, tra il perplesso e il confuso, degli anziani dottori nella Disputa del bergamasco Alessandro Lanfranchi (Bergamo, 1662 – Venezia, 1730), con Cristo che discute con loro dall’alto di una scalinata. Nella sezione dedicata ai misteri del rosario, da segnalare la Madonna del genovese Luciano Borzone (Genova, 1590 – 1645), imponente e maestosa, con in braccio il Bambino che incorona di spine santa Caterina e, più su, tra luci dorate e nembi verdastri, i cherubini che si divertono tra spartiti e corone.
In mostra non vi sono solo dipinti, ma anche incisioni «che all’epoca erano trasmissione d’idee compositive», spiega il curatore don Andrea Pilato. Incisioni come quella di Dürer o le altre, minuscole ma splendide, di Rembrandt, uno dei più grandi incisori di tutti i tempi, che con pochi tratti riesce a delineare sia l’ambiente del tempio sia la varietà fisionomica dei partecipanti alla discussione.
Oltre a questa riuscita esposizione, la chiesa di San Defendente è da segnalare soprattutto per la ricchezza di opere, tra cui un’Ultima cena dipinta dal bergamasco Giovan Battista Moroni (Albino, 1520 – Bergamo, 1578) del quale il recente restauro ha riportato la tenue bellezza delle tinte pastello originarie, e poi per L’Immacolata di Palma il Giovane (1544 – 1628) commissionatagli da due romanesi dell’epoca.

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