La Divina Repubblica

Di Respinti Marco
25 Gennaio 2001
Complimenti al Dante dell’informazione nostrana, Mr. Carlo De Benedetti. Un editore (quasi) puro che ha fatto storia. Ma c’è aria di cambiamento. Rumori (stranieri) di una vigilia elettorale che preannuncia la grande svolta (anche nel sistema dell’informazione).

Qual é lo stato di salute del nostro Paese? E della stampa? La parola a illustri corrispondenti esteri in Italia.

Parola di Time…
Greg Burke, corrispondente romano di Time, dice: “In generale, la stampa italiana mi appare molto faziosa: il Giornale e la Repubblica sono esempi lampanti. Il quotidiano che leggo per primo al mattino è quello di Scalfari. Mi piace come è fatto, però mi fa subito arrabbiare. E’ insostenibilmente di parte: la testata italiana a cui do meno fiducia perché poco attendibile”. Per Greg Burke è importante fare mente locale sull’origine dei giornali italiani, paragonandoli con quelli del suo Paese, gli Stati Uniti d’America. “Da noi — dice — i quotidiani sono nati per dare voce ai cittadini contro l’arroganza del potere (forte) spesso invasivo o addirittura oppressivo. In Italia, invece, è accaduto (e accade) mediamente proprio il contrario: gran parte della carta stampata (per certo i quotidiani e i periodici più diffusi e quindi influenti) sono espressione più o meno diretta di grandi gruppi di potere, talvolta in maniera ufficiale”.

Reuters e Business Week
Jennifer Clark, corrispondente milanese dell’agenzia Reuters, osserva la scena con originalità. “In un periodo pre-elettorale come quello che sta attraversando oggi l’Italia — afferma —, la stampa svolge un ruolo pesantissimo. Certo, in pendenza di tornate elettorali importanti, in tutti i Paesi il giornalismo diventa polemico. Ma l’Italia esagera. In un clima cronicamente politicizzato come il suo, ciò significa raggiungere livelli allarmanti. Per carità, anche i giornali britannici appoggiano questo o quel candidato politico: solo che lo fanno palesemente, dichiarando ab initio la propria scelta. Non fingono la neutralità per poi imporre surretizziamente al lettore-elettore un’opinione partigiana spacciata per verità delle cose. Sarebbe fortemente scorretto, oltre che subdolamente fazioso”. Di parte, insomma, lo sono tutti. Sleali (studiatamente) alcuni. Quello dell’obiettività è un mito illusorio. Quella dei fatti (fintamente) separati dalle opinioni una leggenda molto pericolosa. Gail Edmondson è la corrispondente italiana di Business Week, uno dei più noti e prestigiosi periodici economici statunitensi. Il suo giudizio sullo stato dell’Italia attuale è senza requiem. Lo pronuncia da una prospettiva quasi esclusivamente economica, ma questo, più che ridurre la portata delle sue considerazioni, ne potenzia la gravità. “In Italia, rispetto al resto d’Europa, i processi di liberalizzazione dell’economia e di privatizzazione delle aziende di Stato sono molto in ritardo. Idem dicasi per il sistema educativo: l’Italia è arretrata non solo rispetto all’Europa Settentrionale, ma anche rispetto alla Spagna (dove ho lavorato come corrispondente), Paese dove è stato operato un rinnovamento drastico e di grande impatto”. Si tratta della Spagna di José Maria Aznar, leader di un governo di Centrodestra che ha fatto balzi in avanti enormi. “Valutati su scala europea, il gap tecnologico e la lentezza della crescita dell’azienda-Italia sono grandissimi. Questo Paese gode certamente di uno spirito imprenditoriale più vivo e diffuso di quanto avvenga in Francia o in Germania (ho lavorato 5 anni nella prima e 5 nella seconda), ma tutto questo s’infrange poi sugli scogli della fiscalità e della burocrazia. Qui le tasse raggiungono livelli tali da costringere gl’imprenditori ad abbandonare i mercati. Ed è di vitale importanza, invece, che l’Italia rompa questi meccanismi perversi liberando tutte le proprie grandi energie. Si deve infatti impedire che, per effetto della grande pressione fiscale vigente, parte dell’imprenditoria finisca per alimentare l’economia sommersa (stimata attorno al 20% del pil nazionale)”. Suggerimenti? “Semplicissimo, se vogliamo. Urgono riforme economiche strutturali, possibili solo se il Paese gode di forte stabilità politica”. Già, una questione che sembra eterna… “Quello che mi colpisce di più, comunque, resta la rassegnazione della popolazione italiana rispetto allo status quo. Per alcuni vale il luogo comune della politica per forza corrotta (accompagnata da una giustizia paralizzata) da cui tenersi sempre e solo lontani, mentre per altri l’unica soluzione sarebbe quella di frodare un fisco che per primo froda i cittadini. Una sfiducia tanto generalizzata significa una cosa ben precisa: che la democrazia italiana ha fallito. Per questo molti italiani si rifugiano all’estero. Così, però, si va poco lontano, anche perché si negano al Paese quelle forze sane che sole possono rinnovare dal profondo società e politica. Davvero: l’Italia ha bisogno di un urgente cambiamento”.

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