La doccia di Julio Iglesias
Ho lavorato per il Grand Hotel Caesar Palace di Las Vegas nel ‘94. Ho visto demolire isolati interi in pochi giorni, erigere mega-hotels in pochi mesi, colleghi sperperare lo stipendio in pochi minuti. Ho visto il termometro sopra i 40 gradi per 40 giorni e 40 notti di fila, il che, unito alle perdite di denaro nei casinò, non induce certo ad una clientela ideale. Uno dei miei clienti più bizzarri fu Julio Iglesias. L’avevo gia servito a Los Angeles. Allora ordinò una bottiglia magnum di Chataux La Tache del 61 da 2000 dollari ed una cassa di Dom Perignon Rosè. L’ha usato per fare la doccia alle sue “accompagnatrici”. Julio cinguettava al Ceasar Palace per due settimane. Cosa mangiava? Penne alla vodka, tutti i sacrosanti giorni! Ho provato a servirgli un piatto di gnocchi ai porcini e tartufo, ma l’ha riconsegnato, sdegnato. Altro eccentrico era mister Yakamoto, miliardario giapponese col seguito di non so quante bambole.
Una volta è venuto al ristorante con “carta bianca” da parte del casinò, per addolcirgli le perdite (circa 2 milioni di dollari). Erano in 10, le bambole non bevevano vino, il conto fu di 15mila dollari, Yakamoto lasciò due “chips” (da mille dollari l’una) di mancia. Questo è il problema di Las Vegas: il denaro facile. Sono scappato per non finire col cervello in pappa come i colleghi a cui i soldi stavano facendo perdere il senso della realtà. Mi sovviene un dubbio: se i soldi non danno la felicità, spiegatemi il successo di Las Vegas.
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