La docile sicurezza di un treno che parte e sa sempre che arriverà là dove lo attendono

Il treno per Milano è in partenza dal nono binario. Il muso affusolato ed elegante dell’Eurostar è immobile, il parabrezza rigato di pioggia. Corrono i viaggiatori in ritardo mentre la voce anonima dell’altoparlante annuncia che è l’ora. Una coppia di ragazzi si bacia come se si salutasse per sempre. Poi il capotreno si sporge dal predellino del primo vagone, getta un’occhiata al marciapiede dove non c’è più nessuno, con un ampio gesto del braccio sventola il berretto, il fischio taglia l’aria. È il segnale, con un soffio meccanico le portiere si chiudono, il locomotore si muove con lenta dolcezza, e trascinandosi dietro la lunga colonna di vagoni entra nella notte.
È strano. Un treno che parte è qualcosa che resti a guardare. Non come un pullman, o un’auto; quasi quell’allontanarsi nel buio, le luci rosse della carrozza di coda lampeggianti, fosse allusione ad altro, che confusamente ti commuove.
Forse è per via del sapiente orientarsi del locomotore nella ragnatela di scambi? Quei secchi scatti, e il serpente sferragliante che trova la strada come un animale che riconosce il suo sentiero. O forse è per lo stringersi nelle carozze, sotto a una luce fredda, di tante facce di uomini, così vicini e così stranieri? Poi quando il treno corre, le case e i paesi lungo i binari fuggono via in un baleno – come nei ricordi di un vecchio.
Oppure ciò che segretamente ci riguarda è la via già tracciata da quei binari lucenti: il treno non decide la sua strada, ma segue quella che gli è stata data. Solo aderendo a quella traccia, distinguendola nel sovrapporsi intricato di altre, altrove dirette, arriva dove è atteso – a destinazione, al suo destino. Allora dopo la lunga corsa scoccano, nel labirinto nero scintillante sotto ai fari, gli scambi giusti, e adagio le carrozze approdano sulla banchina.
Dove parenti e amici aspettano, mentre il locomotore sfiata sospiri metallici, stanco della fatica. Dove ci si ritrova e ci si abbraccia, e si va a casa, negli occhi ancora per un attimo quel misterioso indistricabile labirinto di acciaio attraversato. Forse il marciare di un treno nella notte, mentre le cose fuggono accanto veloci e scompaiono, assomiglia a noi. Ma il treno sa che una direzione gli è data. Forse la strana meraviglia dei treni è in quell’obbedire, e andare là dove sono attesi. Ciò che, a noi, è così difficile fare. Esiste la meta, ma non esiste la via, scrisse Kafka. Del treno amiamo la via d’acciaio, e il procedere certo nel dedalo di incroci, come di chi ben conosce la sua strada.

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