La donna nel deserto
Pubblichiamo stralci dell’intervento pronunciato da Eva Herman il 6 ottobre 2007 a Fulda durante il Forum dei cattolici tedeschi.
A colui che ha creato l’uomo e la donna e, così facendo, ha reso possibile e assicurato il futuro all’uomo. A colui che ha anche dotato ogni singolo della ragione per poter riconoscere tutto questo.
Gentili signore e signori, noi donne abbiamo ottenuto molto. Viviamo in un tempo di possibilità infinite. Decidiamo con coscienza ciò che vogliamo e al mercato delle possibilità prendiamo quello che possiamo. Dunque va tutto nel migliore dei modi, o no?
Noi donne marciamo al passo dell’oca nelle nostre giornate affaticanti e piene di contraddizioni. Dubbiose vagheggiamo lavoro, casa e famiglia e combattiamo quotidianamente la nostra battaglia solitaria in ambienti di lavoro condizionati dall’impronta maschile. Le nostre relazioni s’interrompono sempre più rapidamente. Rinunciamo ai bambini, e se ne abbiamo, ogni mattina affrontiamo ingorghi per affidarli ad altri, magari sconosciuti. La scissione tra vita privata e carriera è uno sport estremo che ci sfinisce. Nei momenti di tranquillità ci chiediamo: è questo ciò che vale? Che prezzo paghiamo per il nostro essere emancipate e autocoscienti? Siamo ancora donne, oppure abbiamo pian piano perso la nostra femminilità? Chi si pone queste domande rompe un tabù, viene considerato un traditore della causa femminile e deve andare controvento in una società che non ha più intenzione di domandarsi se le conquiste del movimento femminista sono effettivamente tali.
Negli ultimi tempi, nei quali spesso ho subìto offese pubbliche per essere andata contro la mentalità dominante, ho fatto un’esperienza nuova. Tutto ciò che ha a che fare con la famiglia, con la felicità nel rapporto di coppia e con i propri figli, con la maternità in questo paese viene messo in relazione con il nazismo. Il meccanismo mi è abbastanza chiaro: laddove qualcuno s’arrischi e si adoperi per questi valori viene immediatamente bombardato, viene accusato di elogiare il nazismo e viene condannato pubblicamente come simpatizzante di quell’ideologia. Il fatto che in precedenza, per anni, quella stessa persona si sia dichiarata e battuta contro di essa viene giudicato irrilevante. Ricordo che cinque anni fa un importante quotidiano tedesco aveva titolato: “Eva Herman querela un tassista nazista”. Tutto questo non ha più alcun valore, nessuno se ne ricorda! Quello che è stato l’anno scorso il titolo del mio libro, Il principio di Eva, sulla stampa è diventato Il principio di Eva Braun. La femminista tedesca Alice Schwarzer, corresponsabile di una campagna pro-aborto senza precedenti, tuttora in corso, in un’intervista allo Spiegel l’anno scorso disse che le mie battaglie per il riconoscimento della famiglia si collocano tra l’età della pietra e la croce che i nazisti riservavano alle madri. E che oggi, nonostante la crisi demografica, non dovremmo più regalare bambini al Führer.
Mi chiedo, però: chi è che tira costantemente in ballo il Terzo Reich? Chi è che ride loscamente della distinzione secondo natura tra uomo e donna? Chi calpesta sogghignando la creazione così com’è stata voluta per amore? Chi cerca infine di sfuggire costantemente alle leggi di Dio?
(.) Mi pare che oggi chi osi manifestare le proprie opinioni e i propri timori sul nostro futuro, sul futuro dei nostri figli, sia esso un rappresentante della Chiesa, un giornalista o un semplice cittadino, non possa non constatare che esiste oggi una dura contrapposizione tra due visioni del mondo. (.) Guardando i dati negativi sulla nostra natalità deduciamo che il sistema nel quale viviamo non funziona. Siamo sul punto di autoannientarci e con le nostre sole forze non invertiremo la tendenza negativa della natalità. Ho descritto questa situazione in diversi talk show e le reazioni sono state spesso di sorpresa: «E perché dovrebbe essere così male se ci estinguessimo?», mi ha chiesto una volta una moderatrice. «Non lo trova preoccupante?», ho risposto a mia volta interrogativa. E la sua risposta è stata: «So what! In altri continenti ci sono troppe persone, dunque che problema c’è se qui ci estinguiamo?». Questo è il nostro tempo. Per millenni ogni società ha combattuto con tutte le proprie forze per cacciare il potenziale nemico, per lottare contro di esso, e oggi diciamo: «So what!». Non una parola su cosa significhi vivere in una società edificata attraverso secoli di cultura, su cosa sia avere una patria costruita su solide radici, su cosa significhi un punto di vista, non solo rispetto a Dio o all’uomo, ma anche davanti al proprio paese: voglio esserti fedele!
A coloro ai quali queste parole suonassero sospette dico chiaramente: sono stati anche questi valori ad aver permesso la sopravvivenza dell’umanità fino a oggi. Valori di cui nel capitolo più oscuro della nostra storia si è abusato, valori che in quel tempo hanno subìto perversione e infine sono stati soppressi: la famiglia, la gioia di avere bambini, l’essere uomo, l’essere donna.
Con tre separazioni alle spalle
E oggi? Dobbiamo forse rassegnarci al corso delle cose, come se ormai non potesse andare diversamente? Io dico: no! Nessuno può sottrarsi alla responsabilità. Mi pesa il cuore guardare mio figlio e domandarmi: che cosa posso trasmettergli? Ci sono tanti giovani che non vogliono rinunciare a desiderare qualcosa di buono dalla propria vita, eppure sono appesantiti dalla paura del futuro. Gran parte di coloro che reggono le sorti della nostra società sono figli della generazione post-bellica e sessantottini, fluttuanti tra ideologie, illusioni e delusioni. Hanno provato spesso strade nuove a hanno cercato modelli da contrapporre a quelli dei genitori. Gli esperimenti sono spesso falliti e oggi la necessità di un orientamento alla vita è più forte di ieri. Non dimentichiamo poi i più anziani, così spesso abbandonati e senza più legami. Ma attenzione, se si pongono temi come questi si rompono tabù!
(.) Certo, se fossi stata zitta, mi avrebbero lasciata al mio posto, al telegiornale, e magari per l’ennesima volta mi avrebbero indicato come la conduttrice più amata in Germania. La stampa avrebbe continuato ad amarmi e a lodarmi. Ma non potevo più. Che mi piacesse o no, con la nascita di mio figlio sono diventata un’altra. Nella vita di una donna di successo è accaduto qualcosa di assolutamente nuovo e insieme antico: ho iniziato a sentire in me come una melodia, bellissima, che mi prendeva totalmente. Ho ricevuto un grande dono, Dio mi si è manifestato nel suo amore attraverso la maternità in una maniera che non avevo mai provato prima. Mi sono sentita in dovere di seguirlo e nessuno ormai poteva più deviarmi da Lui. Che Grazia! Mio figlio ha appena compiuto dieci anni e la strada fatta finora è quella di questi dieci anni.
(.) Tornando al femminismo, l’argomento non è certo esaurito. Tutt’altro, siamo appena all’inizio della discussione. Ciò per cui per quarant’anni si è combattuto, la libertà della donna, non è stato ancora conseguito. Piuttosto, oggi siamo di fronte al disastro personale, sociale e finanziario della nostra esistenza. Il matrimonio e la famiglia sono minacciati e crescono disagio e insicurezza. Non c’è bisogno di essere degli esperti per accorgersi che noi donne siamo sulla strada dell’annientamento sistematico delle nostre fondamenta di vita. Questa è una verità scomoda: ci concepiamo più volentieri come vittime che esigono i loro diritti piuttosto che come impavide lottatrici contro i privilegi maschili. Non mi meraviglio del fatto che molte donne siano rimaste deluse dal mio comportamento. Non sono anch’io una di loro? Non sono anch’io una che ha speso metà della propria vita a rincorrere un maggior guadagno, una che ha alle spalle tre separazioni ed è pure madre, e nonostante questo lavora tanto, tornando a casa la sera non prima delle otto, quando i bambini dovrebbero essere già stati accompagnati a letto dalla propria madre? Non sono dunque anch’io una che ha fruito delle conquiste ottenute dal movimento femminista? Questo è il punto: quello che sto facendo ora non è nonostante il mio lavoro, ma è proprio grazie al mio lavoro. È il mio essere giornalista che mi pone continuamente a confronto con quello che è la nostra società, con la solitudine femminile, con le famiglie separate. Voglio prendermi le mie responsabilità e chiamare le cose con il loro nome. E ripeto, tutto è cominciato quando sono rimasta incinta.
Maternità, un sogno inconfessabile
È da quel momento che ho avuto sempre più chiaro davanti ai miei occhi che non ero io il centro della mia vita. Lo sguardo di donna in attesa di un figlio si è rivolto alle regole della natura, della creazione, così il mio interesse s’è poi man mano dilatato. Oggi sento la responsabilità di dire ciò che tante donne non hanno il coraggio di ammettere: spesso siamo ormai al capolinea con i nostri pur intelligenti progetti di vita, sappiamo che, se madri, non potremo soddisfare le nostre aspirazioni professionali al cento per cento. Troppo spesso non abbiamo il coraggio di essere sincere con noi stesse. Invece dominano da decenni femministe “single” che continuano a sostenere che tutto è pianificabile e che dovremmo superare l’idea di legame con un uomo o con un figlio, mirando piuttosto alla nostra soddisfazione. (.) C’è fermento, in Germania. Diciamo le cose come stanno: la maggior parte delle donne non può decidere se restare a casa o scegliere di lavorare, e solo per motivi economici. Questo non significa libertà, piuttosto sottomissione! La liberazione della donna, la sua emancipazione, per cui ha lottato duramente, praticamente non esiste. La nostra società materialista e globalizzata, nella quale si tiene conto appena degli interessi individuali, si è innamorata degli slogan femministi e li usa come alibi per strappare la donna alla famiglia e gettarla nel mercato del lavoro, senza riguardo verso i legami coniugali, verso i bambini. Ma non si tratta di accusare genericamente la società: noi siamo il mondo materialista. Il nostro Stato non è un’entità astratta, una costruzione anonima: si tratta di una comunità di cui ciascuno è parte e, come tale, deve lavorare per cambiarne le condizioni.
Il mondo ha bisogno dei deboli
(.) Abbiamo la facoltà della libera scelta, ma come usiamo questa libertà? Ci rende più felici? Non sottostiamo piuttosto, noi donne in particolare, alla forte pressione delle rappresentazioni dominanti? (.) È evidente che abbiamo dimenticato soprattutto i nostri desideri originari. La stessa nostra intuizione, la nostra sensibilità, quei meravigliosi doni che sono della nostra natura vengono sempre più compressi. Lasciate perdere sentimenti, nostalgie, desideri e prendete piuttosto ciò che potete, combattete gli uomini! È così che diventerete delle perfette egoiste! Quale giovane donna oggi trova comprensione se confessa di desiderare semplicemente e solo di volersi sposare e avere figli? Abbiamo rotto l’ordine delle cose e ora stiamo distruggendo noi stessi. Il ruolo dell’uomo in questo è cambiato poco, in ogni caso il femminismo lo ha reso più insicuro e dunque meno pronto ad assumersi responsabilità. Alla società del piacere piace piuttosto esaltare il tardo macho, soddisfatto del proprio successo e, appunto, del proprio piacere. (.) Noi donne siamo insieme causa e vittime delle nuove forme di vita. Rimuoviamo volentieri il fatto che dal punto di vista biologico abbiamo un ruolo diverso da quello degli uomini. La natura ci dà la possibilità di sentire, amare, reagire diversamente dall’uomo. Eppure, poiché siamo emancipate e progressiste, cosa facciamo? Aspiriamo a sostituire l’uomo nel suo ruolo. Le nostre qualità “deboli”, di cui in realtà la nostra società ha tanto bisogno, le mettiamo da parte, ci armiamo dei comportamenti maschili, diventiamo aggressive, spietate nella lotta per la sopravvivenza.
traduzione di Vito Punzi
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